No vax e discriminazione sociale, preludio di pericolosi disordini civili

Sono sempre più frequenti le manifestazioni dei cosiddetti no vax, che riempiono le varie piazze italiane, protestando contro la paventata obbligatorietà della vaccinazione anti covid annunciata dalle istituzioni per contrastare la ripresa del progressivo aumento dell’indice di positività e l’avanzare dei contagi dovuti al rapido diffondersi delle varianti connesse al virus. Numerose sono le circostanze in cui l’informazione fornisce una rappresentazione distorta dei fatti, esasperando comportamenti che rasentano la violenza, contribuendo inesorabilmente ad esacerbare un clima già di per sé pregno di tensioni. Una fetta consistente della nostra comunità ha scelto, in coscienza, di non vaccinarsi. Se è vero che farlo è un atto di responsabilità sociale, scegliere di non farlo, deve essere ugualmente considerato un onere importante da assumersi, un fardello insostenibile da sopportare, con il quale convivere quotidianamente. È una scelta coraggiosa, dettata da ragioni imprescindibili della propria storia clinica personale, l’unica strada possibile da percorrere. Non è onesto né civile perciò che persone che, a causa di serie patologie, anche degenerative, costrette ad astenersi dall’effettuare la vaccinazione, vengano ingiustamente discriminate e prese come bersaglio anche da parte di autorevoli esponenti pubblici del sistema politico e sanitario, i quali schierandosi apertamente nell’ambito della campagna vaccinale, veicolano inevitabilmente il messaggio secondo il quale virtuosi sono coloro che si sottopongono all’immunizzazione, lasciando intendere al contrario che, chi compie una scelta diversa sia da condannare senza prova d’appello. Tutto questo non fa che legittimare atteggiamenti violenti, offese irripetibili, spesso fomentate da un’informazione non corretta, che utilizza determinate forme di protesta, distorcendone la natura, le finalità e le modalità di svolgimento, “istigando” i partecipanti all’odio ed allo sproloquio offensivo, rabbia inaudita che corre veloce anche sui social. La situazione nel nostro Paese sta pericolosamente degenerando, senza che nessuno intervenga ad arrestarne l’implacabile corsa. L’ignoranza, fomentata da chi ricopre ruoli istituzionali, ha fatto si che si creassero due fazioni: i pro vaccino e gli altri, oggetto di frequenti critiche, talvolta anche pesanti, perpetrate da chi si sente d’esser dalla parte dei “giusti”, immune da una pandemia che ci ha colpiti tutti indistintamente, per fronteggiare la quale dovremmo fare fronte comune, unire le forze per sconfiggere un nemico che spaventa tutti in maniera trasversale. Su un tema cosi delicato come la salute dei cittadini, non dovrebbero esserci divisioni di sorta. Non possiamo fare di ogni erba un fascio e mettere tutti in uno stesso calderone, in quanto, al di là di chi, per partito preso rifiuta di vaccinarsi, ci sono situazioni cliniche gravi incompatibili con l’immunizzazione, dietro le quali si celano angosce, paure, amarezze. Persone, e non bestie, come qualcuno ha superficialmente definito, che si ritrovano irragionevolmente isolate da una società che si erge a giudice, emarginati e costretti a lottare da sole, oltre che contro una malattia, anche contro l’ignoranza e l’indifferenza ingiustificata altrui. Ricordiamoci allora, che il nostro è un Paese democratico e che pertanto dobbiamo rispettare le scelte, qualunque esse siano. Gli insulti nelle piazze e sui social non hanno nessuna ragion d’essere, se non quella di ferire persone indifese, ingiustamente messe all’angolo da una società e da un sistema che non può e non deve ignorare l’esistenza di un malessere forse anche peggiore di una pandemia.

A cura di Mirella Madeo

Evidenziato un possibile legame del vaccino johnson & Johnson con casi molto rari di trombi inusuali a basso livello di piastrine

A conclusione della riunione del 20 aprile 2021, il Comitato per la Sicurezza dell’EMA (PRAC) ha tenuto a precisare che alle informazioni sul prodotto per il vaccino COVID-19 johnson & Johnson debba essere aggiunta un’avvertenza relativa ai trombi inusuali associati a livelli bassi di piastrine, ritenendo necessario che tali eventi siano annoverati tra gli effetti collaterali, molto rari del vaccino, tuttavia probabili conseguenze dello stesso.
Le risultanze a cui è pervenuto il Comitato sono suffragate da tutte le prove attualmente disponibili, tra cui gli otto casi gravi di trombi, riscontrati negli Stati Uniti, tra i quali uno con esito fatale.
In tutti i casi analizzati, si è testato che gli effetti indesiderati hanno interessato persone, principalmente donne, di età inferiore a 60 anni, e che questi ultimi si sono manifestati entro tre settimane dalla vaccinazione.
È stato infatti osservato
che i trombi si sono verificati prevalentemente in siti inusuali, come le vene del cervello, dell’addome e nelle arterie, talvolta accompagnati da episodi di sanguinamento. Effetti molto simili a quelli registrati in relazione al vaccino AstraZeneca.

È dunque necessario che operatori sanitari e persone che riceveranno il vaccino, siano correttamente informati in merito alla realistica probabilità che, entro tre settimane dalla somministrazione del vaccino, potrebbero verificarsi episodi di questo genere.
Al fine di una individuazione di siffatti eventi, il PRAC sottolinea perciò l’importanza di un trattamento medico specialistico tempestivo, in quanto un intervento precoce dei sanitari può sensibilmente agevolare il recupero di quanti, a seguito della somministrazione, abbiano subito danni ed evitare, in tal maniera, il rischio di insorgenza di ulteriori complicazioni.

Al verificarsi di sintomi, quali affaticamento respiratorio, dolori al petto, dolori addominali, mal di testa persistente, difficoltà visive, lividi cutanei, comparsi nelle tre settimane successive dalla inoculazione del vaccino COVID-19 johnson & Johnson, è , dunque, altamente raccomandabile ricorrere immediatamente ai sanitari.

A cura di Mirella Madeo

Tutele, diritti ed agevolazioni per i pazienti oncologici

Sono in media 270 mila le persone che nel nostro Paese ogni anno contraggono una patologia oncologica, di queste solo il 50% riesce a guarire, con o senza conseguenze invalidanti, e del rimanente 50% sopravvive più o meno a lungo.Sono sostanzialmente tre le principali percentuali civili per patologia oncologica: 11%, 70% e 100%.Per poter vivere con più dignità la loro condizione, durante il loro percorso clinico, i pazienti oncologici, oltre ad avere necessità di specifici trattamenti terapeutici, hanno, altresi’, l’urgenza di sopperire ad esigenze di natura giuridica ed economica .È qui che il nostro ordinamento giuridico interviene, attraverso la previsione di norme speciali, tutele e provvidenze, facendosi indirettamente garante di quanto loro necessario.Affinché però quanto previsto a livello legislativo possa trovare concreta applicazione, occorre che malati ed operatori sanitari abbiano effettiva conoscenza di quali siano i diritti riconosciuti e garantiti dallo Stato, sia come particolare categoria di malati sia, in generale, come cittadini con patologie invalidanti.L’Inps è spesso al centro di questo articolato sistema di assistenza, sociale ed economica, garantendo prestazioni e servizi a chi ne ha più bisogno.Per tutti coloro che si trovano ad affrontare, direttamente o indirettamente, un momento particolarmente delicato della loro vita, Inps ha “stilato” un piccolo vademecum, di cui alleghiamo il link per chi volesse consultarlo, nel quale sono riportate le principali misure a tutela dei malati oncologici, per quel che concerne l’aspetto assistenziale, sociale, lavorativo ed economico.

Allegato

https://drive.google.cm/file/d/1XppgfO177yZE2kii6tRD7uwb746fa7yX/view?usp=drivesdk.

A cura di Mirella Madeo

Covid, ordinanza antispreco dosi vaccino avanzate: chi ne giovera’?

Il generale Figliuolo, commissario per l’emergenza, in diverse circostanze ha manifestato la preoccupazione che potesse verificarsi uno spreco di dosi di vaccino, ritenendo auspicabile accelerare sulle vaccinazioni. La lotta per contrastare il diffondersi del coronavirus è così diventata anche una corsa contro il tempo per vaccinare il maggior numero possibile di cittadini, obiettivo che recentemente si è scontrato con la sospensione, a scopo precauzionale del vaccino Astra Zeneca, a seguito della denuncia di alcuni casi di gravi reazioni avverse. Eventi in relazione ai quali l’Ema (Agenzia europea per i medicinali) qualche giorno fa, ha sciolto le riserve, specificando che eventi di trombosi cerebrale, e dell’addome, associati a bassi livelli di piastrine, accompagnati ad episodi di sanguinamento, devono essere presi in considerazione come effetti collaterali molto rari. A fronte di questo stop, è necessario perciò fare il possibile affinché la macchina delle vaccinazioni non subisca ulteriori rallentamenti, per centrare l’obiettivo di raggiungere cinquecento mila somministrazioni al giorno entro la fine del mese. È stata questa la ragione principale che ha spinto il generale a firmare un’ordinanza della Presidenza del Consiglio, in virtù della quale «le dosi di vaccino anti-Covid eventualmente residue a fine giornata, qualora non conservabili, siano eccezionalmente somministrate per ottimizzare l’impiego evitando sprechi, in favore di soggetti comunque disponibili al momento, secondo l’ordine di priorità individuato dal Piano nazionale e le successive raccomandazioni». Seguendo scrupolosamente quanto previsto dal Piano Vaccinale, l’ordine di priorità, stabilisce di continuare le somministrazioni in corso agli over80 per poi procedere per fasce di età. Al contempo, vengono vaccinati anche due milioni di persone vulnerabili, di persone con grave disabilità certificata da Legge 104 art. 3 comma 3, congiuntamente ai loro familiari ed ai caregiver che li assistono.
Considerato il provvedimento che prevede di somministrare le dosi giornalmente avanzate di vaccino seguendo l’ordine prioritario, è lecito dunque pensare che tra i diretti beneficiari di questa ordinanza, potranno essere anche i familiari ed i caregiver che verosimilmente verranno chiamati direttamente dalle Asl sulla base di liste di riserva.

A cura di Mirella Madeo

Il Covid causa danni cerebrali?

Dai risultati di uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Psychiatry, esisterebbe una significativa probabilità che ai pazienti colpiti da covid possano essere diagnosticate condizioni neurologiche o psichiatriche permanenti.
I dati sono stati ricavati dalla scrupolosa analisi delle cartelle cliniche di 230 mila persone, in relazione alle quali è stato osservato che il 34% dei pazienti, entro 6 mesi dall’aver contratto il virus, ha avuto degli evidenti disturbi psichiatrici.
Si è notato infatti che la sintomatologia più frequentemente riscontrata in ambito clinico, è lo stato d’ansia (17%) e dell’umore (14%). Disturbi che, per il 13% dei pazienti, sono la diagnosi iniziale di un problema di salute mentale, mentre sembrerebbe invece che l’insorgere di danni neurologici, più rari rispetto a quelli della mente, diventerebbero notevolmente più alti nei pazienti colpiti da Covid in forma più grave, per i quali potrebbero verificarsi complicanze come emorragia cerebrale (0,6%), ictus (2,1%) e demenza (0,7%).
Il rischio individuale di ordini neurologici e psichiatrici da COVID-19 è minimo, ma non lo è altrettanto l’impatto complessivo sulla popolazione globale.
Alla luce delle risultanze raccolte, il 2,7% delle persone che necessitano di trattamenti intensivi, rispetto allo 0,3% delle persone che non sono state ricoverate in ospedale, ha subito un’emorragia cerebrale, a dimostrazione che l’impatto della pandemia sarà purtroppo più lungo e complesso di quel che si possa immaginare.

A cura di Mirella Madeo

L’impiego delle tecnologie neurali nel trattamento di alcune malattie neurologiche e mentali

L’evolversi delle metodologie nel trattamento di alcune malattie neurologiche potrebbe andare di pari passo con lo sviluppo delle tecnologie neurali. Le reti neurali artificiali sono modelli matematici composti da neuroni, per l’appunto artificiali, che riproducono il funzionamento biologico del cervello umano. Un’importante sfida rappresentata dai nanodispositivi elettronici ovvero di minuscoli impianti terapeutici progettati per stimolare l’attività nervosa ed aiutare i pazienti colpiti da patologie neurologiche a riacquistare determinate funzioni motorie. In realtà da parecchi anni, numerose aziende internazionali, in sinergia con team di neuroscienziati di tutto il mondo, stanno sperimentando le potenzialità dell’interfaccia cervello-macchina. Questo in corso potrebbe essere l’anno decisivo per assistere a nuovi importanti risvolti medici, molti dei quali erano rimasti, sino ad oggi, relegati a scenari surreali, come la “neurorealtà”, ossia un nuovo tipo di realtà virtuale, aspetti che potrebbero divenire concretamente reali. Obiettivo dello studio sulle tecnologie neurali è digitalizzare la nostra attività cerebrale attraverso un particolare dispositivo che dovrebbe presumibilmente venire impiantato all’interno della scatola cranica, per poi interfacciarsi tramite bluetooth con apparecchi esterni, come computer o smartphone, in grado di curare anche le malattie mentali e potenziare la mente umana.

A cura di Mirella Madeo

Scoperta da uno studio tedesco una combinazione di farmaci che riduce al 90% il COVID

Da una ricerca condotta dal Center for Molecular Biology of Inflammation, “Cells in Motion” Interfaculty Center dell’Università di Muenster, in Germania, in collaborazione con i responsabili del Programma di ricerca in oncologia dei sistemi dell’Università di Helsinki, è emerso che il mix dell’antivirale Remdesivir con l’antifungino itraconazolo e con l’antidepressivo fluoxetina, sarebbe in grado di abbattere di oltre il 90% la replicazione del COVID, risultato importantissimo questo, che conferma l’incessante impegno profuso dalla ricerca nel dare valide risposte nel contrasto alla pandemia. Sono stati effettuati dei test su cellule in coltura, con risultati sorprendenti che hanno dimostrato l’efficacia dell’unione tra l’antivirale, l’antifungino itraconazolo e all’antidepressivo fluoxetina per poter ridurre il proliferare del virus.
Dati che, se fossero confermati in successivi studi clinici, potrebbero presto portare all’individuazione di una terapia farmacologica anti covid molto efficace.
Sul Messaggero si legge che l’equipe di scienziati, coordinata dalla professoressa Ursula Rescher, docente presso l’Istituto di Biochimica Medica dell’ateneo tedesco, ha reso noto le conclusioni a cui è pervenuta a seguito all’aver esposto cellule in cultura alle varie combinazioni dei farmaci.
L’ inibitore dell’enzima RNA polimerasi virale, progettato come antivirale del virus Ebola, è stato uno dei primi farmaci ad essere stato sperimentato e approvato dalla Food And Drug Administration per combattere il Covid-19. Dalla combinazione tra l’itraconazolo e la fluoxetina, che da sperimentazioni precedenti avevano mostrato di possedere proprietà antivirali, si è voluto verificare se questo cocktail di farmaci potesse potenziare gli effetti del Remdesivir. La squadra di ricercatori ha dunque sperimentato la duplice combinazione itraconazolo-Remdesivir e fluoxetina-Remdesivir sulle cellule esposte in laboratorio al SARS-CoV-2, osservando come l’azione sinergica dei due farmaci associata all’antivirale, inibisce notevolmente la produzione di particelle infettive della SARS-CoV-2 di oltre il 90%.
“I trattamenti farmacologici erano ben tollerati e la replicazione virale potentemente compromessa”, scrivono Rescher e colleghi nella relazione finale sullo studio condotto. La vaccinazione preventiva ed i farmaci terapeutici contro il Covid 19 sono entrambi necessari per combattere efficacemente le pandemie causate da virus zoonotici emergenti come il SARS-CoV-2, questa la conclusione a cui si è giunti dopo la sperimentazione eseguita in laboratorio.

A cura di Mirella Madeo

500 mila “invisibili” esclusi dal Piano Vaccinale Nazionale

In Italia c’è un popolo di invisibili, senza fissa dimora, rom, immigrati, rifugiati, senza documenti o permesso di soggiorno, cittadini comunitari in condizione di irregolarità, apolidi, “sfuggiti” al censimento dei potenziali beneficiari del vaccino anti covid, persone che da un punto di vista amministrativo risultano inesistenti.Sono circa 500 mila coloro che, pur trovandosi nel nostro Paese, sono stati esclusi dal Piano Vaccinale, in palese violazione con quanto sancito dalla Costituzione Italiana, che garantisce il diritto alla salute di chiunque sia sul territorio nazionale.A sollevare la questione, ponendola all’attenzione del ministro della salute Roberto Speranza, sono le associazioni aderenti al Tavolo Immigrazione e Salute, tra cui Caritas, Emergency, Medici senza frontiere, Associazione Studi Giuridici Immigrazione, Società italiana di Medicina delle migrazioni, Sanità di frontiera, le quali chiedono che vengano, al più presto, emanate Indicazioni nazionali che definiscano le modalità di inclusione nel Piano vaccinale nazionale di queste 500 mila persone e di stabilire altresi la procedura che consenta la vaccinazione a chi si trova in Italia pur non avendo tessera sanitaria, carta di identità e codice fiscale.Le stesse invocano venga prevista una flessibilità amministrativa, così come auspicato ed indicato dall’Aifa, mediata da enti locali ed organizzazioni dell’associazionismo e del terzo settore.“Il diritto al vaccino c’è, ma non è praticabile”, ha spiegato Marco Paggi, avvocato dell’Asgi. “Aver individuato nel medico di famiglia il tramite per l’accesso al vaccino – puntualizza lo stesso – rischia di tradursi in un ostacolo insormontabile per questa particolare fascia di popolazione. A meno che in ogni Asl non si individui un medico di riferimento per queste persone”.Devono infatti trascorrere sei mesi circa, affinché la questura del comune di destinazione, espleti i dovuti accertamenti, con tempistiche che variano da regione a regione, prima che al migrante vengano rilasciati i documenti di identità.Nella lettera inviata a Speranza e Zampa le associazioni sottolineano: “Il documento dell’Ecdc “COVID-19 vaccination and prioritisation strategies in the EU/EEA” del 22 dicembre 2020 consiglia di prendere in considerazione, nelle priorità di somministrazione del vaccino, le strutture con scarsa capacità di distanza fisica, compresi i centri per i migranti, alloggi affollati e rifugi per senza tetto. Già a ottobre 2020 l’Ecdc aveva sottolineato l’importanza di includere migranti, rifugiati e senza dimora tra i gruppi target beneficiari dei vaccini”. Per poi concludere col dire: “anche l’impostazione esclusiva di iscrizione tramite piattaforma nazionale o regionale per la prenotazione del vaccino presso il proprio medico di medicina generale o in altro luogo, potrebbe essere un ostacolo rispetto alla reale fruizione del predetto diritto”.È dunque necessario che venga, da un lato concretamente considerata la popolazione italiana nella sua totalità, in quanto comunità caratterizzata da una vasta varietà di bisogni, tutti egualmente meritevoli di tutela e dall’altro, anche in virtù dell’emergenza sanitaria non ancora scongiurata, semplificare l’iter amministrativo affinché tutti, nessuno escluso, possano ricevere la somministrazione del vaccino anti covid.

A cura di Mirella Madeo

Studio Henviot: il casco ventilatorio riduce del 40% l’utilizzo della terapia intensiva

.Da una ricerca pubblicata da Jama, prestigiosa rivista scientifica, è emerso che il casco ventilatorio, apparecchio utilizzato per i pazienti con grave insufficienza respiratoria, inventato e prodotto in Italia, sia in grado di ridurre l’intubazione dei malati, come quelli con la polmonite da Covid-19. Lo studio Henviot, frutto della profusione di un lavoro di squadra che ha coinvolto rianimatori, anestesisti ed infermieri specializzandi, è stato coordinato dal Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs in collaborazione con l’ospedale di Rimini e le università di Bologna e Ferrara, ricerca che costituisce peraltro la prima documentazione che accredita l’efficacia del ‘casco’ rispetto all’ossigenoterapia ad alti flussi, strumento molto semplice da utilizzare, diffuso in tutte le terapie intensive del mondo. L’uso della metodologia del casco ventilatorio è, infatti, risultato essere preferibile all’Oti, ossigeno terapia, ad alta pressione, in quanto protegge il polmone da ulteriori danni durante la ventilazione. Essendo inoltre molto confortevole rispetto alle altre interfacce per la ventilazione non invasiva, questo consente trattamenti continuativi con poche interruzioni, requisito di fondamentale rilevanza per evitare l’intubazione.Il casco è adoperato, per tal ragione, anche in camera iperbarica per facilitare l’erogazione d’ossigeno nei piccoli pazienti difficili da trattare con i metodi tradizionali.

A cura di Mirella Madeo

L’infettivologo Matteo Bassetti sul vaccino johnson & johnson: perfetto per una specifica fascia d’età

È atteso per la metà del mese in corso, l’arrivo in Italia del vaccino johnson & Johnson del quale per l’immunizzazione da Covid-19, sarà sufficiente l’inoculazione di una sola dose. “Il Johnson & Johnson sarà il vaccino perfetto per le persone più giovani, appartenenti alla fascia tra i 30 ed i 65 anni. Sarà il vaccino per le grandissime immunità e come AstraZeneca, un vaccino batteriovirale. Quando è uscito il Pfizer, i detrattori dicevano che avrebbero aspettato un vaccino normale come l’AstraZeneca, adesso tutti vogliono il Pfizer. Noi italiani siamo strani”. Ciò è quanto è stato affermato dal Direttore di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, Professor Matteo Bassetti. Come riportato anche dal quotidiano Repubblica, a seguito dei dubbi sollevati rispetto alla sicurezza di AstraZeneca, l’illustre infettivologo ha ribadito con fermezza che “le trombosi segnalate nel mondo associate al vaccino di Astrazeneca sono minori rispetto a quelli segnalate nella popolazione non vaccinata”. Secondo quanto espresso dal Professor Bassetti, in merito alla recente sospensione di AstraZeneca, l’Italia ha fatto bene a seguire l’orientamento dato dall’Ema, Agenzia Europea per i medicinali, in quanto anche per quest’ultimo i benefici di AstraZeneca “supererebbero ampiamente i rischi”, ritenendo che tutti i tipi di vaccini autorizzati dall’autorità sanitaria, sono assolutamente efficaci nella prevenzione dalle infezioni da COVID e vanno perciò utilizzati per combattere la pandemia. “Dobbiamo metterci in testa che, come dovremmo convivere con il virus per anni, così dovremmo farlo con le tante varianti che verranno scoperte”. La variante potrebbe essere più contagiosa, ma “non abbiamo certezza che possa sfuggire ai vaccini, occorrono maggiori studi” e, come affermato dallo stesso Bassetti, “il Giappone ha gestito molto bene tutte le fasi della pandemia, ma è molto indietro con le vaccinazioni. E’ quindi probabile che essendoci da loro una quarta ondata di casi, la responsabilità sia proprio di questa variante perché il virus sta girando liberamente”.

A cura di Mirella Madeo