DEROGA ALL’ACCORDO TRIPS PER UN ACCESSO GLOBALE AI VACCINI. PROVOCAZIONE O BUON SENSO?

Il nodo dei brevetti è uno degli aspetti più dibattuti della questione Covid. Il dibattito anima lo scenario politico internazionale, scosso dalla risoluzione del 10 giugno scorso con la quale il Parlamento europeo ha chiesto una deroga temporanea all’accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights). Il nodo dei brevetti è uno degli aspetti più dibattuti della questione Covid. Il dibattito anima lo scenario politico internazionale, scosso dalla risoluzione del 10 giugno scorso con la quale il Parlamento europeo ha chiesto una deroga temporanea all’accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights).

Il nodo dei brevetti è uno degli aspetti più dibattuti della questione Covid. Il dibattito anima lo scenario politico internazionale, scosso dalla risoluzione del 10 giugno scorso con la quale il Parlamento europeo ha chiesto una deroga temporanea all’accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights). L’accordo, stipulato nel 1995, costituisce il più grande e ambizioso tentativo di armonizzazione nel mondo dei diritti di proprietà intellettuale, tra cui i brevetti, per consentire l’accesso globale a vaccini e terapie a costi accettabili. Era il 2 ottobre 2020 quando India e Sudafrica chiesero una deroga ad alcune parti del predetto accordo, per una sospensione temporanea dei brevetti sulla produzione dei vaccini contro il Covid-19. Sono 105 gli stati che sostengono la deroga al patto. Tuttavia affinché essa sia adottata è necessario il consenso dei 164 stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio. “Da allora, 3.500.000 persone sono morte di Covid-19. Quante altre dovranno inutilmente morire prima che gli Stati comprendano che la cosa giusta da fare è sostenere la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini in modo che questi possano essere prodotti su scala mondiale?”. È stato questo l’interrogativo posto da Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “È semplicemente vergognoso che pochi Stati benestanti continuino a monopolizzare le forniture di vaccini opponendosi vigorosamente a ogni tentativo di renderne libera la produzione, che consentirebbe ad altri Stati di proteggere il diritto alla salute della loro popolazione. Regno Unito, Norvegia, Svizzera e stati dell’Unione europea come la Germania si ostinano a bloccare la deroga ai brevetti, altri perdono tempo. A loro volta le aziende farmaceutiche si comportano vergognosamente alzando i prezzi, monopolizzando la proprietà intellettuale, bloccando il trasferimento tecnologico ed esercitando aggressive pressioni politiche contro provvedimenti che incrementerebbero la produzione globale e sgonfierebbero i loro portafogli”. “L’avidità sta prevalendo sulle vite umane e sui diritti umani. Aziende e Stati stanno facendo ripartire le loro economie lasciando milioni di persone in pericolo di vita perché non hanno accesso ai vaccini. Gli Stati più poveri stanno perdendo tempo prezioso per proteggere la loro popolazione”, ha proseguito la stessa. “È raro che una soluzione sia così chiaramente a portata di mano. Ma il mondo è lontanissimo dall’obiettivo dell’Organizzazione mondiale della sanità di vaccinare il 40 per cento della popolazione degli stati a basso reddito entro la fine del 2021, per non parlare di quello di vaccinare il 70 per cento della stessa popolazione entro la metà del 2022. In molti stati gli ospedali sono al collasso e mancano scorte di medicinali, compresi i vaccini che consentono a milioni di persone negli Stati ricchi di evitare i ricoveri ospedalieri, grazie anche alle abbondanti scorte. Non abbiamo il lusso di prendere tempo. Gli Stati ricchi devono agire ora. Innumerevoli vite umane dipendono da loro”, ha concluso la Callamard. Sono diverse le organizzazioni a sostenere che una sospensione del TRIPS sui vaccini anti-Covid potrebbe essere un buon modo per riuscire a migliorare l’accesso dei Paesi a medio e basso reddito a questi farmaci. Quello del Sudafrica ne è un’evidente dimostrazione con meno del 25% della popolazione che ha completato la vaccinazione. Sarebbe stata infatti proprio la bassa copertura vaccinale una delle cause della rapida diffusione della variante Omicron.

ASPETTI NORMATIVI A LIVELLO NAZIONALE ED EUROPEO

La normativa di riferimento per l’Italia è rappresentata dal Codice della Proprietà Industriale, emanato nel 2005, una sorta di testo unico che raggruppa inumerevoli provvedimenti legislativi precedenti e che fa propri i principi generali e i contenuti della Convenzione di Parigi del 1883 e del primo trattato internazionale sui brevetti che conta 177 stati contraenti, riferimento internazionale per la protezione della proprietà industriale. Il brevetto ha lo scopo di tutelare e valorizzare un’innovazione tecnica, di un prodotto o di un processo che fornisce una nuova soluzione a un determinato problema tecnico. Lo stesso è però soprattutto un diritto di esclusiva che nega la possibilità a terzi di realizzare o sfruttare l’invenzione senza autorizzazione.

VACCINI PER TUTTI

In vista del summit dell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio), che avrebbe dovuto tenersi a Ginevra dal 30 novembre al 3 dicembre e che è poi stato posticipato a data da destinarsi a causa della variante Omicron, è aumentata la pressione sull’Unione europea. Molti ritengono che quest’esplosione di contagi non solo era prevedibile ma si poteva evitare. Il tema molto discusso è la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale delle case farmaceutiche, che farebbe in modo che i Paesi a medio e basso reddito possano vaccinare a tappeto le proprie popolazioni, limitando il numero di decessi e facendo inoltre da freno al continuo svilupparsi di nuove varianti. La coalizione “The People’s Vaccine”, che riunisce diverse organizzazioni per la rimozione dei brevetti, ha parlato senza mezzi termini di “apartheid di vaccini che i Paesi ricchi e l’Omc hanno rifiutato di affrontare”.DEROGHE MIRATE E TRIPSLa Commissione europea mantiene la sua posizione sul fatto che i brevetti siano indispensabili per garantire che le case farmaceutiche investano le proprie risorse nella ricerca, in grado di offrire risposte sempre più efficaci nella lotta al virus ed alle sue varianti. Al fine di agevolare la produzione di vaccini e di altri prodotti medici essenziali, cercando anche di preservare gli incentivi all’innovazione e all’investimento, l’esecutivo comunitario ha avanzato la proposta di concedere una “deroga mirata” per le licenze. L’Ue difende strenuamente gli accordi TRIPS, che prevedono un certo margine di flessibilità riguardo alle concessioni di licenze obbligatorie, consentendo in tal maniera agli Stati di autorizzare le proprie industrie a produrre, per il mercato interno, dei prodotti brevettati anche in assenza del consenso del titolare di questi ultimi.

STRASBURGO CONTRO BRUXELLES

Uno sforzo in più delle economie avanzate per sostenere una campagna vaccinale realmente globale è stato chiesto da Paesi quali Sudafrica ed India. Appello condiviso anche dagli Stati Uniti, schierati a difesa dell’immunizzazione collettiva, considerata l’unica soluzione per uscire dalla pandemia. Nel giugno scorso, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione con la quale è stata richiesta una deroga temporanea all’accordo Trips, proponendo, al contempo, l’avvio dei negoziati in sede Omc e ritenendo altresì che una deroga sui brevetti possa essere la giusta misura per garantire l’accesso globale a prodotti medici in stretta correlazione al Covid 19 a prezzi accessibili. Una strategia che consentirebbe di affrontare con maggior facilità i vincoli di produzione globali e di fronteggiare con più slancio la carenza di approvvigionamento. Secondo il Parlamento, il trasferimento di know-how (ovvero del patrimonio di conoscenze tecniche e pratiche, connotate da requisiti di segretezza e originalità, atte ad ottimizzare processi produttivi industriali) e di tecnologia ai Paesi con industrie produttrici di vaccini rappresenta l’unico modo per affrontare le difficoltà della produzione. Per questa ragione i deputati chiedono all’Ue “di abbattere rapidamente le barriere all’esportazione e che, al posto dei meccanismi di autorizzazione per l’esportazione stessa, vengano richiesti requisiti di trasparenza. La maggior parte delle dosi di vaccino sino ad oggi somministrate è stata destinata ai Paesi industrializzati produttori di vaccini e solo meno dell’1% ai Paesi più poveri. È per questo che secondo il Parlamento l’Unione europea deve farsi prima sostenitrice della produzione dei vaccini in Africa. In relazione ai vaccini di prossima generazione, i deputati chiedono inoltre che vi sia una piena divulgazione dei futuri accordi di acquisto anticipato, con requisiti di trasparenza per i fornitori. Tuttavia i governi dei Paesi membri restano contrari a qualsiasi deroga.L’iniziativa “No profit on pandemic”, lanciata da cittadini europei della società civile, punta a rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte.

DICHIARAZIONE DELLA COMUNITÀ RELIGIOSA GLOBALE

Anche la Comunità Religiosa Globale ha lanciato un grido d’allarme, auspicando a larga maggioranza in una condivisione. “Le sottoscritte organizzazioni religiose desiderano esprimere una profonda preoccupazione per il ritardo di un anno nell’approvazione della deroga temporanea TRIPS presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. La rinuncia ai diritti di proprietà intellettuale per i brevetti del Covid-19 dovrebbe essere trattata come una questione urgente. L’approvazione della deroga TRIPS rimuoverebbe una barriera essenziale per consentire la produzione diffusa di vaccini su una scala necessaria per sedare la pandemia, abbassare i costi e garantire la parità di accesso”. “Ci uniamo al Sudafrica, all’India e a più di 100 paesi per chiedere la sua approvazione. Le nostre vite sono intrecciate. Rendere i vaccini COVID-19 accessibili a tutti dovrebbe essere considerato come parte di una corsa per salvare tutta l’umanità. Questo è il passo umano e morale da fare senza ulteriori ritardi. Il fallimento nel rendere i vaccini accessibili a tutti ha già generato la variante Delta e ulteriori mutazioni, rendendo impossibile continuare a giustificare i guadagni fatti con le vendite dei vaccini. L’attuale inflazione in corso in paesi come gli Stati Uniti è solo un segno che la lentezza della risposta al COVID-19, compreso il rifiuto di condividere e trasferire la tecnologia dei vaccini, è dannosa per l’economia globale”.

PROPRIETÀ INTELLETTUALE E DIRITTO GLOBALE ALLA SALUTE

La proposta di sospendere temporaneamente i diritti sui vaccini anti Covid-19 avanzata dagli Stati Uniti ha provocato una profonda rottura nella contesa tra proprietà intellettuale e diritto globale alla salute, facendo andare letteralmente allo sfascio l’alleanza senza frontiere nella lotta al Covid tra imprese, governi, enti di ricerca ed istituzioni internazionali. Una posizione, quella di Biden, che da un lato ha contribuito a rendere più compatto il fronte delle maggiori aziende farmaceutiche, che si sono rifiutate categoricamente di dover cedere proprietà intellettuale e dall’altro lato ha avuto il merito di unire i Governi e gli Stati, che hanno trovato un accodo sul punto, con l’unica eccezione della Germania.

LE VARIE VOCI SUL PUNTO

Bourla, amministratore delegato di Pfizer ha dichiarato espressamente il proprio dissenso. Secondo il numero uno di Pfizer, aprire siti di produzione del vaccino Pfizer-BioNTech al di fuori degli Stati Uniti e dell’Unione europea, potrebbe comportare problemi legati alle forniture delle materie prime, con il risultato di “ridurre il numero di dosi prodotte”.LE RAGIONI DI BIONTECHLa reazione della tedesca BioNTech è altrettanto secca: “la protezione del brevetto sui vaccini Covid non è il fattore limitante nella produzione e fornitura del vaccino”. Gli esperti hanno già sottolineato che di solito ci vuole un anno per allestire e convalidare nuovi siti di produzione e inoltre la produzione di un vaccino è un processo complesso sviluppato in più di un decennio. Tutti i passi devono essere definiti con precisione ed eseguiti da personale esperto. Se tutti i requisiti non sono soddisfatti, si potrebbe mettere a rischio la salute dei vaccinati”.farmindustria“Non ci si improvvisa produttori di vaccini”. Secondo Farmindustria, “la proprietà intellettuale, come tra l’altro sottolineato recentemente anche dalla Commissione Europea, non rappresenta un ostacolo per l’aumento della produzione. Ad oggi, nel mondo ci sono circa 280 vaccini in sviluppo. In UE già 4 sono stati approvati e altri sono in fase di approvazione. Risultati possibili solo grazie alla proprietà intellettuale. La deroga ai brevetti non servirebbe ad aumentare la produzione né a offrire le soluzioni necessarie per vincere la pandemia. Potrebbe avere invece l’effetto opposto: dirottare risorse e materie prime verso siti di produzione meno efficienti e determinare così l’aumento della contraffazione a livello globale

CANNABIS AD USO TERAPEUTICO, ANCORA POCHI I SITI DI COLTIVAZIONE IN ITALIA

La cannabis è una pianta di diverse varietà, alcune delle quali contengono principi attivi in grado di alterare lo stato mentale. Conosciuta soprattutto come droga leggera, per le sue proprietà psicoattive, la canapa è da anni utilizzata in diversi campi che esulano dal mondo degli stupefacenti.

DEPENALIZZAZIONE E LEGALIZZAZIONE

Nel gennaio del 2016 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il pacchetto di depenalizzazioni che riguarda, tra l’altro, la cannabis per uso terapeutico, declassandone la misura sanzionatoria da reato penale ad illecito amministrativo, esclusivamente in relazione ai soggetti autorizzati a farlo a fini terapeutici. Al di fuori di questo ambito coltivare cannabis resta comunque reato. Nel settembre scorso è stata lanciata la campagna referendaria sulla Cannabis legale, iniziativa che nasce sulla scia dei numerosi consensi ottenuti dal Referendum per la legalizzazione dell’eutanasia.DOVE SI PRODUCE LA CANNABISNel 2019, il fabbisogno di cannabis terapeutica in Italia si aggirava attorno ai 1.000 chilogrammi all’anno, a fronte di una capacità produttiva di circa 150 chili, prodotta dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. In attesa del previsto incremento, annunciato in questi giorni dal responsabile della predetta struttura farmaceutica, relativamente ad una produzione che possa soddisfare una domanda in continuo aumento, questa viene acquistata in larga misura dall’Olanda. Dal 2020, la capacità produttiva ha tuttavia subito un incremento di circa 300 chili all’anno. A fronte della necessità di dare un’adeguata risposta alle molte persone che ne fanno un uso medico, si sta cercando di individuare delle ditte private che possano contribuire ad ampliare la produttività del suddetto stabilimento, uno dei principali “centri chimico-farmaceutici” per la coltivazione di cannabis in serra.

COSA CHIEDE IL REFERENDUM SULLA CANNABIS LEGALE

Si tratta di un referendum abrogativo, con il quale si vuole eliminare il reato di coltivazione, rimuovere le pene detentive per qualsiasi condotta legata alla cannabis e cancellare la sanzione amministrativa del ritiro della patente, prevista dalle norme vigenti. Una consultazione che ha come obiettivo quello di intervenire sul Testo Unico riguardante la disciplina degli stupefacenti e delle sostante psicotrope, per depenalizzare la condotta di coltivazione di qualsiasi sostanza, al fine di modificare l’art. 73 comma 1 del codice penale ed eliminare la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla Cannabis, con la sola eccezione della associazione finalizzata al traffico illecito di cui all’art. 74 c.p, mantenendo altresì come reato le condotte di detenzione, produzione e fabbricazione per l’uso non personale di tutte le sostanze.LE RAGIONI SOTTESE ALLA CONSULTAZIONE REFERENDARIAL’annuncio del Referendum sulla Cannabis ha seguito di pochi giorni quello della commissione Giustizia alla Camera, che ha espresso parere favorevole in merito al testo base sulla coltivazione domestica della cannabis.

USO TERAPEUTICO

La cannabis interagisce con il nostro Sistema Endo Cannabinoide, ovvero un sistema biologico di comunicazione tra le cellule che regola le più importanti funzioni vitali del nostro organismo agevolando i processi di regolazione omeostatica, cioè dei meccanismi che consentono l’adattamento agli stimoli esterni. I suoi principi attivi, il THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo), posseggono rilevanti proprietà farmacologiche e antinfiammatorie, e possono pertanto essere impiegati nella cura di malattie neurodegenerative, metaboliche, tumorali, epilessie farmacoresistenti, nel dolore cronico ed in molte altre patologie, essendo un valido supporto anche per i trattamenti con terapie integrative. Il dosaggio del THC è calibrato in maniera tale che gli effetti psicotropi, ovvero quelli in grado di modificare lo stato psico-fisico di un soggetto, vengano controllati dal cannabidiolo, che ne rende maggiormente tollerabili le conseguenze. Il THC è inoltre efficacemente impiegato, da diversi anni, anche nei pazienti con una diagnosi di AIDS conclamata.

COME AGISCONO I CANNABINOIDI SULLE MALATTIE DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE E NELLE ALTRE SINDROMI

Gli studi condotti sino ad oggi confermano che i farmaci cannabinoidi, agendo direttamente sui recettori del cervello, combattono e prevengono le infiammazioni cerebrali. Nei recettori CB1 che sono quelli deputati a preservare le funzioni cognitive, limitando il rischio di eccitotossicità, cioè di quel fenomeno in cui i neuroni subiscono effetti tossici devastanti, dovuti ad una forte stimolazione eccitatoria che compromette il metabolismo cellulare e nei CB2, che tutelano invece il cervello dalla neuro infiammazione causata dall’accumulo di placca che si inserisce nello spazio tra le cellule nervose, circostanza che conduce alla morte cellulare.

PATOLOGIE NEUROLOGICHE E NEURODEGENERATIVE

I cannabinoidi hanno effetti benefici in tutte le patologie neurologiche che colpiscono il sistema nervoso, nel caso dell’autismo, caratterizzato da anomalie dell’interazione sociale, della comunicazione verbale e del linguaggio non verbale; morbo di alzheimer che, tra le altre cose, compromette irreversibilmente la memoria; epilessia, malattia nella quale il cattivo funzionamento dei neuroni, da origine a crisi convulsive; neuropatia diabetica, complicanza del diabete mellito che si verifica quando l’organismo non produce sufficiente insulina; malformazione di Chiari, anomalia congenita del cervelletto; Sindrome di Tourette, la cui peculiarità consiste nella presenza di tic dovuti a disfunzioni fisiche e psicologiche e Sla, che danneggia il sistema nervoso centrale fino a rendere impossibile il controllo delle principali funzioni dell’organismo.Progressi significativi sono stati inoltre riscontrati anche nei pazienti colpiti da mielo-lesioni, dolori neuropatici, artrite reumatoide, Parkinson e pazienti oncologici, i quali hanno tratto sollievo dall’assunzione di questi farmaci, utilizzati anche per il controllo della rigidità muscolare. Uno studio recente ha altresì messo in luce l’efficacia nella prevenzione e nel trattamento dell’Alzheimer, in quanto, al pari delle patologie precedentemente analizzate, conseguenza di una neuro infiammazione cronica e di altre infiammazioni cerebrali.

FARMACI A BASE DI CANNABINOIDIIl

Sativex è uno spray orale, il cui principio attivo di base è un derivato della cannabis, utile per dare sollievo dal dolore neuropatico, ossia da una sensazione dolorosa cronica. Ad oggi si sta testando la sua efficacia nel trattamento di una forma aggressiva di cancro al cervello, e si è rivelato più valido del placebo per combattere il dolore, migliorare la qualità del sonno e di conseguenza alleviare, di gran lunga, la gravità della condizione clinica del paziente. Pur essendo ben tollerato, non è stata tuttavia raggiunta una rilevanza statistica sufficiente per consentire la conclusione dei test

IN QUALI REGIONI NE È AUTORIZZATO L’USO

L’uso terapeutico dei cannabinoidi in Italia è pienamente legittimo in tutte le regioni. Di queste però solo alcune si fanno carico dei costi attraverso il Servizio Sanitario Regionale, a beneficio dei pazienti. Dal 2 maggio 2011 la Toscana viene incontro ai pazienti che fanno richiesta di farmaci cannabinoidi, seguita dal Veneto, che ha autorizzato la distribuzione gratuita di farmaci a preparati galenici, medicinali preparati cioè dal farmacista, e dalla Liguria che nell’estate 2012 ha approvato una legge per l’erogazione di queste medicine per scopi terapeutici; anche nelle Marche ed in Friuli Venezia Giulia la stessa è garantita dal Sistema Sanitario Regionale, mentre la Puglia prevede il rimborso delle cure a base di derivati da cannabinoidi. L’Abruzzo è invece la settima regione che ne prevede la prescrizione a fini terapeutici direttamente dai medici di base.

CHI PUÒ ACCEDERE AI CANNABINOIDI PER USO MEDICO

La cannabis terapeutica può essere prescritta dal medico per qualsiasi patologia per la quale esista letteratura scientifica accreditata. Per quanto riguarda la rimborsabilità dei farmaci a base di cannabinoidi, la prescrizione di cannabis (DM 9/11/2015) è limitata al suo impiego nel dolore cronico e quello associato a sclerosi multipla oltre che a lesioni del midollo spinale; alla nausea e vomito causati da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV; come stimolante dell’appetito nella cachessia (profondo deperimento organico che si manifesta con una perdita di peso), anoressia, perdita dell’appetito in pazienti oncologici o affetti da AIDS e nell’anoressia nervosa; l’effetto ipotensivo nel glaucoma; la riduzione dei movimenti involontari del corpo e facciali. L’applicazione del suddetto Decreto ministeriale è affidata alla competenza dei singoli Sistemi Sanitari Regionali e questo causa grandi disparità di accesso a tali farmaci tra pazienti di Regioni diverse.A CHI RIVOLGERSISono ancora pochi i medici esperti di cannabis medica, ragion per cui è opportuno rivolgersi ad uno specialista. Un valido strumento su come contattarne uno che eserciti nella propria zona di residenza è quello di rivolgersi alle associazioni di pazienti.

L’AUTOPRODUZIONE PER USO MEDICO

Coltivare piante di cannabis con THC superiore allo 0,6% è un reato, anche se si è in possesso di prescrizione medica. Tale condotta può tuttavia non assumere rilevanza penale, qualora segua alcuni criteri stabiliti dalla sentenza delle Sezioni Unite penali della Cassazione n. 12348/20, secondo la quale: “la coltivazione domestica svolta in maniera rudimentale (senza una predisposizione sofisticata di mezzi e strutture), con un limitato numero di piante e finalizzata al solo consumo personale è ritenuta ammissibile dal punto di vista penale” . Trattandosi però di parametri giurisprudenziali e non normativi, non può essere escluso il rischio che venga comunque effettuata un’indagine penale o una perquisizione con conseguente sequestro delle piante. È necessario precisare, infine, che la detenzione di cannabis, anche nel caso la si consideri come attività di autocoltivazione, è comunque un illecito amministrativo sanzionato dall’art. 75 d.P.R. 309/90, che prevede la sospensione dei documenti per la guida, dei documenti per l’espatrio (carta di identità e passaporto) e dei documenti per il porto d’armi. Per chi non possiede questi documenti, viene stabilito il divieto di conseguirli. La violazione dell’articolo 75 può essere contestata anche ai pazienti che non abbiano momentaneamente con sé la prescrizione medica in caso di controllo. Le sanzioni hanno una durata limitata, che va da un minimo di un mese a un massimo di un anno (tre anni per la patente di guida). Per i cittadini extracomunitari le sanzioni hanno anche conseguenze negative che si ripercuotono sul rinnovo dei documenti per il permesso di soggiorno.

LE RAGIONI DEL “NO”

La questione dei farmaci derivati dalla cannabis anima un acceso dibattito dai pareri contrastanti sul loro impiego. C’è chi osteggia la terapia, sia negli ambienti politici, sia nell’opinione pubblica, mettendone in dubbio la validità scientifica, temendo che questa pratica possa sfuggire di mano, dando seguito al dilagare delle droghe leggere. La cultura della cannabis terapeutica non è diffusa in Italia, e si avanza con passi incerti quando ci si interroga sugli effetti collaterali, facendo sì che la terapia con cannabinoidi venga utilizzata in alternativa ai cosiddetti farmaci “di prima scelta”, nella circostanza in cui questi ultimi non diano gli effetti sperati sui pazienti.

PROFILI NORMATIVI

Dal punto di vista legale invece, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della legge Fini-Giovanardi del 2006, la quale equipara droghe leggere, tra cui la cannabis, a quelle pesanti. Una svolta destinata a produrre effetti, oltre che per i pazienti, nei confronti di 10.000 detenuti arrestati per droghe leggere. Nelle precedenti legislature, un senatore del PD ha depositato il disegno di legge n.1222 per introdurre la possibilità di uso della cannabis a scopo curativo e facilitarne l’accesso, riconoscendone il diritto di coltivarla autonomamente anche in capo ai pazienti. Un’iniziativa fortemente contrastata dalla allora Ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, secondo la quale l’approvazione della predetta normativa, se avesse oltrepassato i limiti del consentito, avrebbe potuto costituire un punto di non ritorno per il nostro Paese.

COMBATTERE LA VIOLENZA, ANCHE QUELLA CONTRO LE DONNE CON DISABILITÀ

Da un’indagine condotta dalla FISH (Federazione Italiana Superamento dell’Handicap) emerge che il 65% delle donne più fragili della nostra società, nel corso della propria vita, ha subito violenza

Da un’indagine condotta dalla FISH (Federazione Italiana Superamento dell’Handicap) emerge che il 65% delle donne più fragili della nostra società, nel corso della propria vita, ha subito violenza. Un segnale inquietante, che ha alimentato, sempre di più, la convinzione di quanto sia necessario intervenire per contrastare il fenomeno, con la messa in campo di strategie e risorse di varia natura. Un’urgenza che ha portato la FISH, lo scorso 10 giugno, ad essere ricevuta in audizione al Senato presso la “Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere”, rappresentata dalla dottoressa Silvia Cutrera, vice-presidente e responsabile del gruppo donne della organizzazione. “Ci siamo focalizzati nella memoria che abbiamo presentato alla Commissione di inchiesta sul tema specifico della violenza riportando le richieste del Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa, che, nel rapporto di valutazione delle misure messe in atto dall’Italia per attuare la Convenzione di Istanbul, ha richiesto azioni concrete per proteggere le donne con disabilità da ogni forma di violenza”.

I NUMERI DELLA VIOLENZA

Dal suddetto report risulta che la forma di violenza più diffusa è quella psicologica (51,4% del campione di riferimento), seguita dalla violenza sessuale (34,6% dei casi), la violenza fisica (14.4%) e quella economica (7,2%)”. Dichiarano di aver subito almeno una forma di violenza l’82% delle donne con una limitazione cognitiva/intellettiva e l’85% di quelle con una disabilità psichiatrica. Quelle invece con una fragilità plurima subiscono violenza nel 74% dei casi, rispetto al 64% tra quelle con un solo tipo di limitazione.DOPPIA DISCRIMINAZIONEDall’analisi, condotta su un campione di 519 donne con differenti disabilità, è stato possibile delineare un quadro a tinte ancora più fosche per quel che riguarda questo problema. Le statistiche confermano la tendenza secondo cui le donne con disabilità sono più a rischio di violenza rispetto alle altre, essendo vittime di discriminazione multipla e venendo violate oltre che come donne anche come persone fragili.

CHI È IL SOGGETTO CHE COMMETTE VIOLENZA

Nell’80% dei casi, la violenza è perpetrata prevalentemente da persone note alla vittima. Nel 51% di essi si tratta di una persona affettivamente a questa vicina, ossia il partner o di altro familiare; nel 21% di un conoscente e nell’8% di un operatore.

LA VIOLENZA SUBITA IN SILENZIO

Solo il 37% delle donne vittime di violenza, trova la forza di reagire alla stessa e solo una piccola minoranza decide di confidarsi con familiari ed amici (6,5%) o si rivolge ad un Centro antiviolenza (5,6%).

POLITICHE ED AZIONI A CONTRASTO DELLA VIOLENZA

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, quella di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nonché la Strategia ONU 2030 sullo sviluppo sostenibile, rimarcano l’importanza di un atto di assunzione di un impegno da parte degli Stati e delle organizzazioni su questi aspetti. La FISH è in prima linea nella promozione della consapevolezza e dell’adozione di politiche e strategie adeguate, avendo aderito alla Manifestazione Nazionale, promossa da “Non Una Di Meno” e da altre organizzazioni in occasione della Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

l Grevio, gruppo di esperti del Consiglio d’Europa che lavora sul tema, monitorando periodicamente l’attuazione della Convenzione di Istanbul ha individuato pesanti lacune nelle legislazioni nazionali riguardanti la violenza commessa online o con l’ausilio della tecnologia, coniando il termine “dimensione digitale” della violenza contro le donne. Il suddetto organo incoraggia a procedere con azioni specifiche per contrastarla, quali: la revisione della legislazione per comprendere questa dimensione digitale, l’alfabetizzazione sulla sicurezza online, i sistemi di supporto e consulenza, sino al porre fine all’impunità per gli atti di violenza digitale.

LE MISURE RICHIESTE DALLA. FISH

Per ovviare alla carenza di misure poste a tutela della violenza sulle donne, la Cutrera ha peraltro affermato: ”abbiamo chiesto ai parlamentari della Commissione che si facciano portavoce di una riforma per fornire al personale del sistema giudiziario la formazione adeguata per un approccio intersezionale alle discriminazioni basate sul genere e la disabilità”. “C’è un altro aspetto che abbiamo rappresentato durante l’audizione al Senato ed è quello relativo al fatto che la pandemia da COVID-19 ha ulteriormente penalizzato l’accesso delle donne con disabilità ai servizi di salute sessuale e riproduttiva. Pertanto “occorre che sia garantito realmente il diritto alla salute, cioè che vi sia l’accesso completo a cure mediche rispondenti alle specifiche esigenze delle ragazze e delle donne con disabilità per ciò che riguarda le consulenze ginecologiche, le visite mediche, la salute sessuale e riproduttiva, la pianificazione familiare e il sostegno necessario durante la gravidanza”. “Nel “Contratto per il Governo del Cambiamento” vi è un’unica disposizione che prevede l’introduzione di nuove aggravanti nei casi in cui la vittima sia un soggetto particolarmente vulnerabile, ovvero quando le condotte siano particolarmente gravi. Una misura in realtà già presente nel nostro ordinamento giuridico, ma che costituisce un ottimo pretesto in previsione di qualche indicazione operativa per chi volesse fare qualcosa di costruttivo per contrastare la violenza nei confronti delle donne con disabilità”.

DAD, DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

La didattica a distanza ha messo in luce vantaggi e svantaggi di una prassi consolidata, fatta di socializzazione, pari opportunità e confronto tra le persone

In piena pandemia ha sostituito il metodo tradizionale di insegnamento. La didattica a distanza ha messo in luce vantaggi e svantaggi di una prassi consolidata, fatta di socializzazione, pari opportunità e confronto tra le persone. Valori riconosciuti imprescindibili anche dagli studenti e che rappresentano una ricchezza che la “scuola telematica“, sebbene estremamente valida in situazioni di emergenza, non può e non deve alienare.La didattica a distanza richiede un approccio innovativo sia da parte del corpo docente che da parte degli studenti, volto a creare situazioni di apprendimento che consentano a quest’ultimi di acquisire autonomamente competenze e conoscenze, mantenendo sempre in essere il contatto tra insegnante ed allievo. La pandemia dei nostri giorni ha fatto si che, da opportunità, la DAD diventasse una necessità. La forzata chiusura delle scuole di ogni ordine e grado a causa dell’emergenza Covid ha contribuito infatti a conferirle un ruolo centrale nel mondo scolastico, in quanto modalità in grado di coniugare l’esigenza di adottare forme di didattica a distanza con la finalità di conciliare il distanziamento sociale ed il proseguimento regolare delle attività formative.DISCIPLINA DELLA DADCon il Dpcm del 8 marzo 2020, il governo si è espresso non soltanto in termini di programmazione delle lezioni, ma ha chiarito altresi la necessità di non intendere la DAD esclusivamente come una mera “trasmissione” a domicilio di materiale e compiti da svolgere, specificando che la DAD non costituisce la semplice replica della didattica scolastica tradizionale con strumenti tecnologici. Non sarebbe comunque corretto concepire l’apprendimento a distanza come il risultato di questa fase emergenziale, essendo al contrario tutt’altro che una novità, grazie alla rivoluzione informatica ed alle potenzialità offerte dalla digitalizzazione che hanno, già da tempo, aperto nuove strade nel mondo della formazione.COME FUNZIONA LA DADLa programmazione dell’attività di didattica a distanza richiede necessariamente un approccio creativo che non trascuri la diversa complessità del processo di apprendimento rispetto a quello canonico. Attraverso l’ausilio degli strumenti multimediali, lo studente deve essere messo in condizione di riuscire ad apprendere in maniera del tutto autonoma ed di continuare a relazionarsi con il proprio docente in un processo di costante verifica dei risultati da questi conseguiti. Un altro aspetto essenziale nella DAD è il coordinamento tra i docenti, indispensabile nella rimodulazione delle attività didattiche, una caratteristica che il passaggio dalla didattica tradizionale alla didattica a distanza non deve in ogni caso trascurare né minimamente scalfire. Non si può prescindere dal principio cardine di organicità nella predisposizione di un programma didattico. Un coordinamento che si intreccia con quello che c’è all’interno del Consiglio di Classe, in cui il Dirigente Scolastico esercita un ruolo di fondamentale importanza. Vi è, infine, l’esigenza di procedere alla revisione delle pratiche volte alla valutazione, che costituisce un elemento necessario per la verifica dell’apprendimento. Attraverso lo smart learning lo studente ha la possibilità di apprendere con maggiore autonomia, di fare da solo una ricerca tematica ovvero di venire in possesso di informazioni a cui in classe non riuscirebbe a pervenire.

DIDATTICA A DISTANZA VS DIDATTICA TRADIZIONALEr

La discriminante che distingue la DAD dalla didattica tradizionale sta principalmente nel rapporto tra docenti ed alunni, che cambia in maniera sostanziale. Nella didattica a distanza il docente assume la connotazione di tutor, che deve preparare il materiale, programmare e valutare costantemente le attività svolte dai propri allievi, creando situazioni di apprendimento in cui agli alunni vengano fornite prerogative per sviluppare autonomamente capacità e competenze. Ciò non significa assolutamente che il contatto con gli alunni deve venir meno, essendo questo, al contrario, di primaria importanza nella programmazione delle attività virtuali, nonché come modalità per garantire il contatto con e tra il gruppo classe. Inoltre, quello che cambia profondamente in questo tipo di insegnamento è la dimensione spazio-temporale in relazione al processo di apprendimento. Le attività svolte in videoconferenze devono essere costanti, in quanto funzionali a mantenere il contatto ed il giusto supporto di cui gli alunni hanno bisogno per poter percepire di essere effettivamente seguiti, ed a mantenere alta la soglia di concentrazione che, nella didattica a distanza si riduce notevolmente. Messaggi scritti, video, podcast, pur non contemplando un contatto diretto con gli studenti, costituiscono comunque mezzi molto validi per stimolare l’attenzione e l’interesse della classe.

VANTAGGI E SVANTAGGI DELLA DIDATTICA A DISTANZA

Se da un lato la scuola telematica rende agile l’apprendimento, potendo essere svolto con maggiore flessibilità, dall’altro rende necessario fare una riflessione sulla qualità del medesimo e sulle ‘pari opportunità’ che tale metodo offre. Il Rapporto Annuale Istat 2020, infatti, ha evidenziato, a tal riguardo, le diseguaglianze esistenti tra gli studenti del Sud e quelli del Nord Italia: il 12,3% dei bambini e dei ragazzi fra i 6 ed i 17 anni, non possiede né un PC né un tablet, dato che sale al 19% in riferimento al Mezzogiorno. In alcuni casi luci e ombre si sovrappongono e per un lato della medaglia positivo, ve ne è un altro decisamente negativo. Il primo vantaggio della didattica a distanza sta negli orari flessibili e nell’assenza di spostamenti; l’interattività permessa dalle piattaforme di messaggistica istantanea e di e-learning favoriscono una maggior fruibilità dei materiali didattici, nonché avvisi e notifiche in tempo reale. Le videochiamate sono molto utili agli insegnanti per far sentire la propria vicinanza alle classi e per cercare di annullare la distanza. Tra gli svantaggi della didattica a distanza c’è in primo luogo la mancanza di interazione sociale, di confronto e di scambio diretto, aspetti fondamentali nella crescita di una persona. L’assenza del contatto umano con i loro compagni è d’altra parte per gli studenti un aspetto fortemente penalizzante. Il nostro non è mai stato un Paese tecnologicamente evoluto, fattore emerso con più evidenza durante la pandemia Covid-19. Internet a banda larga non è presente in maniera equa sul territorio e questo fa sì che ci siano zone prive o con ridotta copertura, per non parlare poi dell’effetto deleterio che l’eccessiva quantità di tempo trascorso davanti al PC ha sui bambini della scuola elementare e media, ma soprattutto per gli adolescenti delle superiori, per i quali il tablet ed il PC sono diventati non soltanto uno strumento di didattica, bensì un modo per coltivare il rapporto con i compagni, oltre che a fungere da intrattenimento per il loro tempo libero.

COME MIGLIORARE LA DIDATTICA A DISTANZA

L’insegnamento online dovrebbe ampliare il metodo scolastico, mediante una formazione adeguata per tutti, che si articoli in un confronto continuo, nell’impiego di slide e video scaricabili e consultabili anche offline, oltre che con l’utilizzo di programmi di scrittura, di grafica, di montaggio video, utili a implementare il sistema scolastico più tradizionale con il valore aggiunto della creatività offerta dalle nuove tecnologie.

COME SI SVOLGE LA DAD PER ALUNNI FRAGILI

Le metodologie adottate nella didattica a distanza degli allievi fragili sono strettamente legate alle condizioni di svantaggio di quest’ultimi, una didattica svolta in accordo con le famiglie ed in sinergia con le strutture locali competenti. La frequenza scolastica, con turnazioni alternate di lezioni in DAD ed in presenza, viene privilegiata nel caso in cui la fragilità del soggetto derivi da condizioni socio culturali degradate, ovvero da disabilità permanenti.

IL PUNTO DI VISTA DI UN’INSEGNANTE DI SOSTEGNO

“Nel nostro istituto abbiamo iniziato la Dad, pochi giorni dopo la sospensione dell’attività scolastica. Le prime lezioni sono state svolte attraverso la piattaforma Zoom. Nel frattempo, la scuola ha fornito l’utilizzo di Teams a docenti e studenti e quindi le stesse si sono tenute su Teams. Il primo periodo è stato difficile per tutti, ci siamo dovuti adattare ad una realtà nuova”. A parlare è un docente di una scuola secondaria di secondo grado, in un Liceo delle Scienze Umane. “Con gli alunni che seguivano la programmazione di classe le difficoltà sono state principalmente la mancanza di socialità tra i compagni e la carenza di spiegazioni e di ripetizioni quotidiane. Per questo motivo, oltre a seguire le lezioni curricolari, noi docenti abbiamo predisposto incontri pomeridiani dedicati al ripasso dei concetti spiegati in classe, in vista delle verifiche. La difficoltà più grande incontrata nell’iter didattico durante la pandemia, è stata quella con un alunno le cui difficoltà hanno reso necessario che questi seguisse una programmazione differenziata, avendo inoltre più bisogno della vicinanza fisica di noi insegnanti, rispetto ad altri allievi con esigenze diverse. Le prime due settimane di sospensione dell’attività scolastica, Francesco (nome di fantasia), non ha voluto partecipare alle lezioni, così, in accordo con l’assistente specialistico, anche per cercare di mantenere un contatto, sia pur visivo con lui, abbiamo organizzato, anche in sinergia con sua madre, che gli è stata sempre accanto, delle videochiamate di gruppo su whatsapp, inviando del materiale didattico tramite mail. Dopo due settimane, questi ha iniziato a prender parte alle lezioni insieme ai suoi compagni di classe“. Come abbiamo lavorato con Francesco? “I docenti curricolari ci anticipavano gli argomenti che avrebbero trattato nei giorni successivi e noi gli inviavamo in anticipo il materiale didattico necessario, in modo tale che durante le spiegazioni dell’insegnante, fosse già a conoscenza dell’argomento della lezione. Ciò è stato molto utile. Seguendo un programma diverso dal resto della classe, la materia in cui Francesco ha avuto maggiori difficoltà è stata la matematica, ma nonostante questo fosse un grosso disagio per lui, non ha mai voluto fare lezione in un’altra stanza”. “Per facilitare il suo percorso di apprendimento abbiamo, altresi, ideato delle lezioni personalizzate mediante la predisposizione di materiale strutturato su spiegazioni semplici, selezionate per immagini, spesso con lezioni interattive, a volte tramite piattaforme con quiz interattivi. Non è stato semplice, ma con il nostro supporto, è riuscito pian piano a lavorare con questa nuova modalità, a fare i compiti, dapprima aiutato dalla madre e poi in autonomia, svolgendo i test direttamente su PC, imparando ad utilizzare Teams da solo ed a sostenere le verifiche scritte sulla piattaforma, insieme ai compagni. Per favorirne la socializzazione, durante le pause abbiamo inoltre organizzato degli incontri con i suoi coetanei per scambiare due chiacchiere con loro. Al mattino, noi docenti di sostegno assieme all’assistente specialistico, abbiamo seguito le lezioni curricolari e nel pomeriggio abbiamo aiutato Francesco a prepararsi per le verifiche scritte ed orali, attività questa, che veniva svolta in classe.

L’ESPERIENZA DI UNA DOCENTE DI UNA SCUOLA ITALIANA D’OLTRALPE

“La mia è una scuola italiana all’estero, la Leonardo da Vinci, istituto paritario che comprende scuola primaria, medie e Liceo. La maturità conseguita è quella italiana e da accesso a tutte le università del mondo.La mia esperienza con la Dad si è limitata ai primi tre mesi di lockdown, nella primavera del 2020. Le direttive svizzere hanno previsto il rientro in presenza di tutti gli studenti, di ogni ordine e grado, nel settembre dello stesso anno. Da quel momento abbiamo usato la Ddi, didattica digitale integrata, per consentire agli allievi in quarantena di poter seguire le lezioni da casa. Diciamo subito, quindi, che i ragazzi in Svizzera hanno potuto beneficiare della scuola in presenza molto di più dei loro coetanei in Italia. A mio parere la Dad, se fatta bene, utilizzando cioè le piattaforme giuste( noi abbiamo utilizzato Teams e Classroom, che consentono la possibilità di condividere qualsiasi tipo di contenuto, dalle slide ai video), è stata ed è uno strumento indispensabile per far fronte alla pandemia. Diciamo che potrebbe essere paragonata ad un ospedale da campo in tempo di guerra: non ci sono tutte le attrezzature di un vero e proprio ospedale, ma consente di prestare soccorso ai feriti, che, senza di esso, sarebbero condannati a morte certa. Inoltre, molto dipende da come la Dda e la Ddi vengono realizzate: la piattaforma Teams,ad esempio, se usata in tutte le sue funzioni, consente anche l’invio di testi, presentazioni in power point, compiti a casa ecc”. “Per usare la metafora di cui sopra, un ospedale deve avere dei medici che sappiano utilizzare al meglio le attrezzature di cui questo è dotato. Dall’esperienza maturata in questi due anni posso affermare che è stato più semplice per gli alunni seguire in Dad lezioni di materie umanistiche e linguistiche piuttosto che quelle di tipo scientifico ( in particolare matematica e fisica), e che gli studenti con DSA o BES hanno incontrato più difficoltà degli altri. Inoltre, gli alunni hanno risposto molto bene durante il primo mese, attirati dall’aspetto più tecnologico di questo tipo di didattica rispetto a quella in presenza, ma il loro interesse si è affievolito col passare del tempo e sono stati quindi molto contenti di ritornare a scuola in presenza”. “Per quanto riguarda la mia esperienza come docente, infine, posso dire che il vero problema della didattica a distanza non riguarda tanto l’aspetto della trasmissione dei contenuti quanto piuttosto quello educativo e formativo: la scuola è una comunità in cui si dovrebbe imparare a collaborare e a relazionarsi con docenti e compagni all’interno di laboratori, attività condivise, progetti. Da questo punto di vista la didattica in presenza è insostituibile”.

LA VISIONE DI UNO STUDENTE UNIVERSITARIO

“La DAD, a mio avviso, ha “più senso” se riferita all’ambito universitario piuttosto che alle “ scuole di formazione “, quali elementari, medie e superiori, nei cui riguardi, da un punto di vista essenzialmente sociale, il contatto umano tra alunni ed insegnanti e quello tra gli stessi compagni, riveste maggior rilevanza e questo è però un “grosso punto” a sfavore di questa tipologia di didattica”. “Tra i vantaggi del metodo in questione vi sono inoltre la possibilità di autogestione del lavoro, in quanto, non essendoci il problema dello spostamento, ognuno di noi studenti ha la possibilità di gestire in maniera del tutto autonoma la propria attività. Il fattore interattivo può sicuramente essere annoverato tra i “pro” della “formazione telematica”, visto che la quantità del materiale che ci viene fornito dai docenti, attraverso le apposite piattaforme, è nettamente superiore rispetto a quella su cui potevamo contare con il metodo di insegnamento tradizionale che però, al di là da questo aspetto negativo, resta imbattibile sotto il profilo della socializzazione, del confronto e delle pari opportunità, prerogative che solo la didattica in presenza può offrire”. “Un altro elemento contro questa forma di didattica, è la difficoltà di connessione internet. Come è noto, infatti, l’Italia non è purtroppo tra i primi posti, a livello europeo, in termini di banda larga e questo comporta grossi disagi anche nell’utilizzo dei dispositivi informatici, fondamentali per lo svolgimento della stessa metodologia”.

IN CONCLUSIONE

Le testimonianze raccolte dimostrano chiaramente che la didattica a distanza, sebbene sia un valido metodo di insegnamento, va tuttavia considerata un’opportunità e non una necessità. Anche di fronte ad una situazione di emergenza come quella che stiamo ancora vivendo, è indispensabile tutelare valori quali la socializzazione tra i ragazzi e l’interazione con i docenti, in un confronto dialettico che solo la didattica in presenza può garantire.

Eutanasia, questione ancora irrisolta, da anni in attesa di un serio intervento parlamentare

Un’analisi della situazione normativa italiana e internazionale sul tema dell’eutanasia e del suicidio assistito

Il termine eutanasia deriva dal greco, il cui significato letterale è “buona morte”. Espressione con la quale si intende l’azione con cui si procura intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità della vita sia irrimediabilmente compromessa.

UN PO’’ DI STORIA

Nella Grecia antica si aveva un’alta considerazione della morte, in quanto si tendeva con l’esaltare la libertà di ognuno a disporre della sua vita secondo il proprio sentire.

Nel mondo classico, l’assistenza al suicidio non fu proibita fino all’avvento del cristianesimo.

Agli inizi del Novecento si era più propensi a credere che non sempre la possibilità di godere, per più tempo, di una qualità di vita dignitosa era legata necessariamente ad una sua maggiore durata temporale.

Negli anni ’30 nel mondo anglosassone sorsero le prime forme di associazionismo, che si svilupparono prepotentemente, fino a giungere sino ad oggi, dando origine alla World Federation of Right to Die Societies , Federazione Mondiale delle Società per il Diritto di Morire, che riunisce tutte le associazioni pro eutanasia di tutto il mondo.

Nel 1974 alcuni umanisti, tra cui scienziati, filosofi e premi Nobel, lanciarono il manifesto A Plea for Beneficent Euthanasia, che riscosse molti consensi.

La finalità perseguita da queste associazioni è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, governi e parlamenti, sulla necessità di raggiungere stadi più progrediti nel riconoscimento dei diritti dei malati che versano in condizioni irreversibili e che si trovano nella fase terminale della loro esistenza.

SUICIDIO ASSISTITO ED EUTANASIA

Il suicidio assistito, ossia l’aiuto alla persona che decide di porre autonomamente fine alla propria vita e l’eutanasia che presuppone, invece, un passo in più rispetto al dare il semplice aiuto, consistendo proprio nel togliere materialmente la vita ad una persona, sono due fattispecie differenti che il codice penale punisce con sanzioni diverse, assistenza al suicidio ed omicidio del consenziente.

L’eutanasia richiede che ci sia un medico, che somministri il farmaco letale per via endovenosa al paziente che ne fa richiesta, il suicidio assistito al contrario prevede che il medico si limiti a prescrivere ed a preparare il medicinale che verrà poi assunto autonomamente dal paziente.

EUTANASIA ATTIVA E PASSIVA QUALI SONO LE DIFFERENZE

L’eutanasia attiva presuppone che il medico o un terzo somministri intenzionalmente al paziente un’iniezione che ne cagiona la morte.

Al contrario, nella pratica dell’eutanasia passiva, consentita anche in Italia, il personale sanitario si limita ad interrompere quelli comunemente conosciuti come trattamenti salva vita.

La sospensione delle cure è un diritto sancito dall’art . 1 della legge 219/2017, in virtù della quale: “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza che vi sia il consenso libero ed informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge.

CONSENSO INFORMATO

È il diritto del paziente di dire la sua sulle cure che dovrà ricevere.

Ma la “battaglia” per il riconoscimento del diritto di chiunque, per varie ragioni cliniche, possa decidere di porre fine alle proprie sofferenze, si è sostanzialmente spostata sulla richiesta della legalizzazione e sul valore legale della sottoscrizione, di un “testamento biologico.

TESTAMENTO BIOLOGICO

Introdotto dalla legge 2 dicembre 2017, n. 219 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 12 del 16 gennaio 2018) è in vigore dal 31 gennaio 2018, nel rispetto dei principi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, a tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità ed all’autodeterminazione della persona, è l’espressione della volontà da parte di una persona, fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o meno alle cure proposte, cosiddetto “consenso informato” , per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

L’ORIENTAMENTO DEGLI ALTRI PAESI

I territori dell’Australia del Nord già nel 1996 avevano legalizzato l’eutanasia attiva volontaria, provvedimento che è stato però annullato due anni dopo dal parlamento federale.

In Belgio il 25 ottobre 2001 il Senato ha approvato un progetto di legge, orientamento successivamente accolto anche dalla Camera, volto a disciplinare l’eutanasia.

In Canada il suicidio assistito è stato normativamente regolamentato solo nel giugno del 2016.

La Cina nel 1998 autorizza gli ospedali a praticare l’eutanasia ai malati terminali, mentre in Danimarca i parenti del malato possono autorizzare l’interruzione delle cure.

Dal marzo 2015, in Francia invece la legge consente, ove sia richiesta dal paziente, una «sedazione profonda e continua» attraverso la somministrazione di medicinali in grado di accorciare la vita.

Il suicidio assistito in Germania non è reato, solo a condizione che il malato abbia la piena consapevolezza delle proprie azioni.

In Lussemburgo l’eutanasia è stata legalizzata nel marzo 2009 e nei Paesi Bassi, la stessa è stata depenalizzata:dal 1994, legalizzata effettivamente il 28 novembre del 2000 ed è entrata in vigore il 1° aprile 2002

E mentre in Spagna il suicidio assistito non è punito, in Svizzera è ammesso con limiti messi in discussione dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Negli Stati Uniti le direttive anticipate hanno generalmente valore legale, ma la normativa varia da Stato a Stato ed in Svezia, infine, l’eutanasia è depenalizzata.

QUADRO NORMATIVO

Nel nostro Paese l’eutanasia attiva non è disciplinata da nessuna normativa, essendo perciò assimilabile all’omicidio volontario, di cui all’articolo 575 del codice penale, sanzionato con pene che vanno dai sei ai quindici anni di reclusione.

La difficoltà nel dimostrare la colpevolezza rende l’eutanasia passiva più sfuggente ad eventuali denunce. Anche il suicidio assistito è considerato reato, ai sensi dell’articolo 580 c.p..

Tuttavia il tribunale di Milano, nel 2017, ha stabilito che “non si può ostacolare la volontà di chi vuole recarsi all’estero per ottenere il suicidio assistito” . In seguito, nel 2019, la Corte Costituzionale in relazione al procedimento penale a carico di Marco Cappato, leader del partito radicale, ha dichiarato la parziale incostituzionalità dell’articolo 580 «nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevoli l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, essendo affetta da una malattia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, fermo restando che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente».

La stessa Corte ha, più volte, ribadito la necessità che la materia sia oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore.

PROPOSTE DI LEGGE

Loris Fortuna fu il primo parlamentare a presentare una legge, nel 1984, volta a disciplinare l’interruzione delle terapie ai malati terminali. Il 13 luglio 2000, Umberto Veronesi, allora Ministro della Sanità, affermò che l’eutanasia non sarebbe dovuta essere più un tabù e che per tal motivo, era necessario intervenire tempestivamente per trovare un’adeguata soluzione al problema.

Nell’agosto 2001 i Radicali, ancora oggi convinti sostenitori del libero arbitrio degli individui anche nella fase finale della propria vita, presentarono una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, iniziativa che, nella XIV legislatura, ha dato seguito alla presentazione di diversi progetti di legge, tra cui quella sul testamento biologico, quella sulla depenalizzazione dell’eutanasia, promosse dall’associazione LiberaUscita, nonché del disegno di legge promosso dalla Rosa nel Pugno.

Il dicembre 2012 è stato l’anno di una proposta di legge promossa dall’Associazione Luca Coscioni insieme a Exit e Uaar, proposta popolare che ha raggiunto le oltre 65.000 firme, numero ben più elevato rispetto alle 50.000 necessarie, risultato poi sfociato nella legge sul testamento biologico.

Nel 2018 è stata inoltre depositata una proposta di legge del senatore Matteo Mantero del Movimento 5 Stelle ed è stato anche costituito un intergruppo per il fine vita, che ha ottenuto 62 adesioni.

FINE VITA

Il rifiuto del trattamento sanitario rientra nella libertà di autodeterminazione in ambito sanitario, libertà rispetto alla quale emerge il tema del “fine vita, secondo cui ad ogni persona, capace di agire, è riconosciuto il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario relativamente alla patologia di cui questa sia affetta.

Libertà di autodeterminazione in campo sanitario che assume un’mportanza tale da essere riconosciuta anche a coloro che versino in uno stato di incapacità di intendere e di volere ed essa può essere esercitata anche in un momento precedente all’insorgenza della malattia o della situazione che determina lo stato di incapacità attraverso le disposizioni anticipate di trattamento (DAT).

Il riconoscimento del diritto di rifiutare le cure, non equivale, tuttavia, al riconoscimento del diritto di morire, per tale ragione è importante conoscere il significato della terminologia che viene in rilievo quando si parla del fine vita.

REFERENDUM SULL’EUTANASIA

Da ultimo, si è dato seguito ad una raccolta di firme a sostegno di un refererendum abrogativo di alcune parti dell’articolo 579 c.p., Omicidio del consenziente, depositate in Cassazione l’8 ottobre 2021. Referendum che tuttavia potrebbe essere rigettato dalla Corte Costituzionale, che dovrà pronunciarsi in merito entro febbraio 2022, e che richiederebbe in ogni caso un rapido intervento del Parlamento per scongiurare un prolungato vuoto legislativo, che da anni attende d’esser colmato.

È, infatti, importante ricordare che il referendum, per sua natura, non introduce né regola il diritto al l’eutanasia, ma si limita semplicemente a depenalizzare l’omicidio assistito, in relazione al quale il farmaco letale viene assunto autonomamente dal paziente, a differenza che nell’eutanasia nella quale il medico ricopre invece un ruolo fondamentale: in quella attiva somministra il farmaco, in quella passiva sospende le cure o spegne i macchinari.

Dal gennaio 2018 l’eutanasia passiva è regolata dalla legge sul testamento biologico. Per Cappato è “certo che per avere regole chiare che vadano oltre la questione dell’aiuto al suicidio e regolino l’eutanasia in senso più ampio è necessario l’intervento del popolo italiano, con il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente”.

Sono quattro le condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale affinché il suicidio assistito possa essere autorizzato: che il paziente sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali; che sia affetto da una patologia irreversibile; che la sua malattia sia fonte di sofferenze intollerabili; che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

A verificare la sussistenza dei presupposti necessari per procedervi, è un gruppo di medici specialisti nominati dall’ASUR Marche, Comitato etico ed organismo indipendente formato da medici e psicologi, investito dalla responsabilità di garantire la tutela dei diritti dei pazienti, che si è pronunciato recentemente anche sul caso di Mario, il primo paziente che potrà accedere al suicidio assistito dopo la sentenza “Cappato-Dj Fabo” emessa dalla Corte Costituzionale nel 2019.

Questi ha 43 anni ed è paralizzato dalle spalle ai piedi dal 2010, a causa di un incidente stradale.

Nell’agosto del 2020, lo stesso aveva ricevuto l’ok dalla Svizzera per andare li, dove il suicidio medicalmente assistito è consentito, per porre fine alla propria vita.

Dopo anni di battaglie estenuanti, dovute alla paralisi del Parlamento, che dopo tre anni dalla richiesta della Corte Costituzionale, non riesce ancora a legiferare sul punto, Mario ha perciò scelto di seguire l’iter indicato dalla Corte Costituzionale.

Il via libera ha avuto un iter travagliato, essendo arrivato dopo il diniego dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche (ASUR), una prima e una seconda decisione definitiva del Tribunale di Ancona e ben due diffide legali all’ASUR Marche.

In sostanza, avendone i requisiti richiesti questi potrà accedere all’autosomministrazione di farmaci letali, in virtù di una sentenza della Corte Costituzionale che, pronunciatasi sul caso Dj Fabo, ha dichiarato non punibile, chi agevoli il suicidio di qualcun altro.

Una sentenza destinata a fare giurisprudenza, che apre la strada alla legalizzazione della pratica, in attesa che il legislatore normi la materia.

CASISTICHE IN ITALIA

Dalla primavera del 2000 tre sono stati numerosi i casi che hanno riempito le pagine dei quotidiani, dando così origine ad un acceso dibattito, non solo a livello istituzionale, ma anche tra l’opinione pubblica.

Il 23 maggio un giovane di Viareggio aiutò il suo amico Stefano del Carlo, a metter fine alle sue sofferenze, con una dose di insulina e, nonostante i genitori stessi del ragazzo abbiano definito il suo gesto «un grande atto di amore», questi è stato condannato a quattro anni di reclusione. Condanna a sei anni e mezzo comminata, negli stessi giorni, ad un uomo di Monza, per avere staccato i fili che pompavano aria ai polmoni della moglie, tenendola in vita, in seguito assolto in appello dall’accusa di omicidio volontario premeditato.

In quella circostanza, i giudici stabilirono che l’ingegnere Forzatti, staccando la spina del respiratore al quale era attaccata la moglie, non ne provocò il decesso, in quanto, a loro avviso, la donna era già morta.

È ancora nella memoria di tutti noi, nel maggio 2001, la storia di Emilio Vesce, storico militante radicale.

Quei giorni infiammarono la campagna elettorale per via delle dichiarazioni del figlio contro la nutrizione artificiale, «non più attuata come terapia ma come accanimento terapeutico».

Ricordiamo tutti il caso di Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare, oramai imprigionato nel proprio corpo, il quale, rivolse il suo appello all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per poter ottenere l’autorizzazione all’eutanasia.

La morte di Piergiorgio Welby, suscitò una forte ondata di commozione in tutto il Paese. Anche Giovanni Nuvoli, chiese che gli fosse staccato il respiratore che lo teneva in vita. Messaggio inascoltato il suo, che lo costrinse a non assumere più né cibo né acqua ed a lasciarsi morire di fame e di sete.

Il caso di Eluana Englaro, completamente immobile e priva di coscienza dal 1992, ha tenuto tutta l’opinione pubblica con il fiato sospeso per molti anni. Suo padre, Peppino, stanco di vederla tenuta in vita artificialmente, contro la volontà della figlia stessa, che qualche tempo prima gli aveva espresso il suo volere nel caso in cui fosse stata costretta ad uno stato vegetativo, di non voler continuare a vivere attaccata ad un respiratore, intraprese una serie di iniziative legali per sospendere le cure, senza alcun successo per molti anni.

Nell’ottobre 2007, la Corte di Cassazione stabilì che l’interruzione delle cure potesse essere ammessa, quando il paziente si trova in uno stato vegetativo irreversibile, qualora in vita, aveva manifestato la propria contrarietà a tali cure. La Corte d’Appello, investita della questione dalla Cassazione, nel luglio 2008, autorizzó il padre di Eluana all’interruzione dei trattamenti di idratazione e di alimentazione forzata. Eluana si è spenta nel febbraio 2009 in una clinica di Udine, dopo che il governo Berlusconi aveva tentato di emanare un decreto legge ad hoc per impedire il compimento dela volontà della giovane.

Nel novembre 2010, il noto regista Mario Monicelli, affetto da malattia giunta all’ultimo stadio, si suicidò lanciandosi dal quinto piano dell’ospedale presso il quale era ricoverato.

A distanza di un anno dal tragico episodio, fu l’ex parlamentare Lucio Magri a scegliere il suicidio assistito in Svizzera e nel 2013 a far notizia furono a loro volta il caso di Piera Franchina, la quale si recò in Svizzera per porre fine alla propria vita In ottobre e del noto regista, Carlo Lizzani, che ha scelto di togliersi la vita insieme a sua moglie, emulando il dramma di Giulietta e Romeo. Nel 2016, infine, il giudice tutelare del tribunale di Cagliari, in accoglimento dell’istanza promossa da Walter Piludu, ex presidente della Provincia, malato di Sla, il quale chiedeva l’interruzione delle cure, ha stabilito che «è un diritto rifiutare le cure e andarsene senza soffrire: sedati per non sentire ansia o dolore».

Il 27 febbraio 2017 è morto in Svizzera Dj Fabo, il 13 aprile Davide Trentini., l’11 ottobre Loris Bertocco. Tutti casi di suicidio assistito.

La vicenda di Dj Fabo ha avuto anche un risvolto giudiziario, essendo stata disposta l’imputazione coatta per il dirigente radicale Marco Cappato, che l’aveva accompagnato a Zurigo per dare esecuzione alla sua ultima volontà.

Nel 2018 la Corte costituzionale, ha dapprima rinviato la decisione di un anno invitando il parlamento a intervenire ed in seguito, vista l’inerzia di quest’ultimo, ha assolto Cappato, dichiarando la parziale illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale.

La posizione cattolica La visione laica in merito ad una probabile legalizzazione del suicidio assistito dei radicali e, più in generale, delle associazioni che sostengono la tesi in base alla quale ciascun individuo ha diritto di scegliere della propria esistenza, si scontra duramente con quanto è invece sostenuto dalla Chiesa cattolica, secondo la quale la vita è stata donata da Dio e solo lui può disporne: ragion per cui l’eutanasia è un omicidio, ritenendo lecita soltanto l’interruzione ovvero l’accanimento terapeutico. In passato, la sofferenza talvolta era ritenuta come il “partecipare” alla passione di Gesù, tant’è che a tutt’oggi l’Italia è clamorosamente indietro nella somministrazione di morfina ai malati terminali.

Tuttavia non tutto il mondo cristiano ha questa concezione. Diverse chiese protestanti hanno, infatti, assunto posizioni più liberali e alcune chiese minori riconoscono apertamente il diritto dell’individuo di disporre della propria vita.

TIRIAMO LE SOMME

Le vicende sopra menzionate sono strazianti dal punto di vista di chi ne è direttamente coinvolto. Storie che dimostrano, ancora una volta, l’assoluta inadeguatezza della nostra legislazione rispetto all’evoluzione dei tempi. I numerosi progetti di legge presentati in parlamento, nel corso degli anni, sono miseramente naufragati e nulla è ancora stato fatto per dar risposta ad una richiesta sempre più frequente da parte di chi chiede semplicemente di poter avere una morte dignitosa.

Luci ed ombre della disabilità in Italia

Un’analisi della situazione normativa e non delle persone disabili nel nostro paese

BREVI CENNI STORICI

Quello dell’integrazione delle persone con disabilità nella società italiana, è stato sin dai suoi esordi, un percorso lungo e tortuoso. Sul finire degli anni sessanta, le famiglie presero coscienza della condizione di emarginazione nella quale vivevano i loro figli, nella piena consapevolezza che fosse compito delle istituzioni garantire quei diritti alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla socialità sanciti dalla Carta Costituzionale, dando così quella spinta al cambiamento, determinato non soltanto da una forte accelerazione nell’innovazione legislativa, ma anche un’emancipazione della cultura stessa dell’handicap. Un processo, iniziato con l’avvio del trasferimento di competenze dallo Stato alle regioni in materia di sanità, assistenza e formazione professionale e, soprattutto, con l’approvazione, il 30 marzo 1971, della legge 118 sull’invalidità civile. Cosi, qualche tempo dopo, l’anno 1981 proclamato dall’ONU Anno Internazionale dell’Handicappato, si presentò l’occasione per promuovere. un ampio dibattito sulla disabilità e fare un bilancio» del cammino compiuto sino ad allora, ma soprattutto per capire come dare sbocco a quella spinta che chiede, qualcosa di più.

UNA NORMATIVA, SU TUTTE, A TUTELA DEI DIRITTI DEI DISABILI

La 104, legge quadro sull’handicap, ha contribuito nell’ultimo decennio ad espandere il campo dei diritti delle persone disabili, ponendo le basi per ulteriori iniziative legislative sia delle regioni sia del Parlamento, a partire dalla legge 68 per il collocamento mirato al lavoro allo scivolo previdenziale per i disabili gravi, alle agevolazioni per i genitori che lavorano, al «dopo di noi» per coloro che non possono più contare sul sostegno familiare, alle agevolazioni fiscali per i presidi riabilitativi e le automobili adattate per la guida ed il trasporto dei disabili.

QUANTI SONO I DISABILI IN ITALIA

Nel nostro Paese, nel 2019, le persone con disabilità, erano 3 milioni e 150 mila, circa il 5,2% della popolazione. La “geografia della disabilità” vede al primo posto le Isole, con una prevalenza del 6,5%,contro il 4,5% del Nordovest. Le Regioni nelle quali il fenomeno è più diffuso sono l’Umbria e la Sardegna, mentre Lombardia e Trentino Alto Adige sono le Regioni con un’incidenza più bassa.

QUALI SONO LE LIMITAZIONI FUNZIONALI i PIÙ DIFFUSE

La maggior parte delle tipologie di limitazioni funzionali riguardano il livello di riduzione dell’autonomia personale a provvedere alla cura di sé stessi in quelle che sono le normali attività quotidiane.

MOBILITÀ

Solo il 14,4% delle persone con disabilità si sposta con mezzi pubblici urbani, contro il 25,5%. Un dato che dimostra che la libertà di spostamento tra le persone con disabilità è ancora molto limitata.

Tra i soggetti di età compresa tra i 15 e i 44 anni, utilizza il trasporto urbano il 26,3% di coloro che soffrono di limitazioni e il 29,6% di coloro che non ne soffrono.

Nel caso dell’utilizzo del treno, si registrano differenze ancora più marcate.

VIOLENZA SULLE DONNE CON DISABILITÀ

In generale, la violenza fisica o sessuale subita dalle donne raggiunge il 31,5% , ma per le donne con problemi di salute o disabilità la criticità è molto più elevata. Questa raggiunge infatti il 36% tra coloro che dichiarano di avere una cattiva salute ed il 36,6% fra chi ha limitazioni gravi. La situazione scolastica degli studenti disabili Secondo le statistiche Istat, sono oltre 13 mila in più gli studenti con disabilità che riescono regolarmente a frequentare la scuola, rispetto all’anno precedente, alunni presi in carico da circa 176 mila insegnanti di sostegno, di cui il 37% non ha però una formazione specifica. E nel Mezzogiorno:la situazione purtroppo non è migliore, con un rapporto alunno/assistente pari a 5,5, con punte massime in Campania e in Molise.

La presenza di assistenti aumenta nelle regioni del Centro e del Nord (4,4) raggiungendo i livelli più alti nella Provincia Autonoma di Trento, in Lombardia e nelle Marche, con un rapporto che non supera la soglia di 3,1 alunni per assistente.

Gli interventi e le politiche mirate all’inclusione scolastica è fortemente ostacolata dalla carenza di strumenti tecnologici, la cui dotazione è insufficiente nel 28% delle scuole, diminuendo nel Nord, dove la quota scende al 24%, con una sensibile crescita nel Centro e nel Mezzogiorno, dove sale rispettivamente al 29% ed al 32%.

Un altro aspetto critico riguarda la presenza di barriere architettoniche: solamente una scuola su 3 risulta accessibile per gli alunni con disabilità motoria, con valori superiori alla media nazionale (36% di scuole a norma) nel nord Italia e livelli più bassi, nel Mezzogiorno (27%).

Le maggiori difficoltà di accesso sono incontrate degli alunni con disabilità sensoriali. Le opportunità di partecipazione scolastica degli alunni con disabilità sono state limitate a causa della pandemia che ha reso necessaria la didattica a distanza.

OCCUPAZIONE LAVORATIVA

La principale normativa in ambito di inserimento lavorativo delle persone con disabilità è la Legge 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, che ha introdotto l’istituto del collocamento mirato, superando il precedente collocamento obbligatorio.

Tuttavia, nonostante questa lungimirante normativa,resta rilevante lo svantaggio, nel mercato del lavoro.

Nel 2019, infatti, considerando la popolazione tra i 15 e i 64 anni, risulta occupato solo il 32,2% di coloro che soffrono di limitazioni gravi contro il 59,8% delle persone senza limitazioni.

Nuovo Disegno di Legge sulla disabilità Il testo del recente disegno di legge sulla disabilità mette al centro l’attuazione della Convenzione ONU del 2006, sui diritti delle persone con disabilità,

ratificata in Italia dal 2009 che, con i suoi 50 articoli, afferma con forza la necessità che tutti i diritti umani e le libertà fondamentali siano pienamente goduti anche dai disabili, ai quali va sempre garantito il rispetto della dignità.

La ratio ad essa sottesa è la rimozione di tutti gli ostacoli, sia ambientali che culturali, alla piena uguaglianza.

A proposito delle recenti audizioni in Commissione Affari Sociali della Camera sul predetto Disegno di Legge Delega al Governo, è doveroso fare alcune riflessioni.

In primo luogo, in riferimento al procedimento di revisione della certificazione di disabilità e invalidità, gran parte dei tecnici intervenuti durante le audizioni parlamentari, hanno sollevato una serie di perplessità su aspetti che non vengono specificati nel testo del Disegno di Legge.

Si è, altresì, discusso, di formazione degli operatori sociali, dei progetti personalizzati, della vita indipendente, dei budget di progetto ecc.

In sede di audizioni sono state ricordate le Leggi 162/98, norma che ha aperto alla possibilità di realizzare progetti di vita indipendente, ed alla 328/00 il cui articolo 14 prevede, com’è noto, progetti individuali per le persone con disabilità.

Va poi messo in evidenza come in questo passaggio, i caregiver familiari non abbiano affatto avuto voce, essendo stato fatto notare da ultimo, l’inutilità della figura del Garante Nazionale delle persone disabili, che non ha ragion d’essere senza che sia stato ad esso preventivamente destinato un fondo specifico e poteri ben definiti. Una normativa che non è stata ahimè un’iniziativa del nostro Parlamento, ma che ci è stata praticamente chiesta dall’Europa.

TRIAMO LE CONCLUSIONI

Quella della disabilità è una questione ancora aperta, fatta più di ombre che di luci. Sebbene siano molte le normative che regolamentano i vari aspetti di un problema così vasto, tanto che si stenta a trovare soluzioni concrete, spesso queste restano sulla carta, non trovando mai effettiva applicazione nella vita reale. Capita inoltre sovente, che le risorse destinate dalle istituzioni statali, regionali e comunali non bastino a dare una risposta incisiva alle necessità ed alle urgenze del mondo, sempre più emarginato della non autosufficienza. È necessario stanziare più fondi per finanziare adeguatamente il sistema socio assistenziale e garantire a quanti colpiti da gravi disabilità possano vivere una vita dignitosa. C’è ancora tanta strada da fare in tutti gli ambiti, scolastico, lavorativo, sanitario. affinché possa raggiungersi la tanto agoniata inclusione sociale e non mi riferisco soltanto all’eliminazione delle barriere architettoniche, ancora numerose su tutto il territorio nazionale, quanto a quelle culturali, molto più difficili da abbattere, in quanto radicate nel tessuto sociale.

Circa un terzo degli studenti con disabilità hanno rischiato di ritrovarsi a settembre senza insegnanti di sostegno specializzati

Dai dati sulle operazioni di mobilità dei docenti della scuola si rileva che circa 5.000 docenti titolari di posti di sostegno hanno ottenuto il passaggio su posto comune. È fondamentale nell’anno scolastico appena iniziato fare meglio di quello precedente, di non abbassare la guardia sul fronte del sostegno agli alunni e studenti con disabilità. Lo fa presente la FISH, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, segnalando che 5.000 insegnanti, titolari su posti di sostegno sono passati ad insegnare materie curriculari, lasciando vacanti 5.000 cattedre per le quali bisognerà cercare nuovo personale, con il rischio altamente probabile di colmarne i posti con personale non specializzato. La normativa attuale consente infatti agli insegnanti di ruolo, di passare su cattedra comune dopo cinque anni di permanenza su cattedra di sostegno. Ciò significa che le difficoltà di copertura dei posti, da anni ben note, non solo continueranno ad esserci, ma saranno addirittura superiori rispetto al passato ed a farne le spese saranno, ancora una volta, gli alunni con disabilità che, di anno in anno, sempre più spesso devono “accontentarsi” di docenti privi di specializzazione. Vincenzo Falabella, Presidente della FISH, rivolgendosi al Ministro dell’istruzione ha, a suo tempo, dichiarato: “Chiediamo l’immediata istituzione di una classe di concorso per il sostegno, una per ogni ordine e grado di istruzione”, segnalando inoltre il rischio concreto che per l’anno in corso “decine di migliaia di cattedre rimarranno vuote e la maggior parte di esse saranno coperte da docenti non specializzati, con un aggravio per gli alunni con disabilità, che, in tal modo, si ritroveranno con docenti privi di una formazione adeguata”. Allarmante disamina, quella fatta da Falabella, secondo il quale “di questo passo per oltre un terzo dei quasi 300.000 studenti con disabilità italiani, i docenti per il sostegno continueranno ad essere dei semplici badanti”. Secondo il Presidente della FISH infatti “la classe di concorso deve essere una chiara scelta professionale fin dagli studi universitari e non una scelta meramente opportunistica, per trovare lavoro, deve essere cioè un trampolino di lancio per il posto comune”. “L’istituzione di apposite classi di concorso per il sostegno garantirebbe altresi la continuità didattica e dunque chiediamo al Ministero dell’Istruzione, di convocare, da subito, l’Osservatorio Scuola data l’urgenza del caso, per affrontare un problema che si trascina da anni e che deve assolutamente trovare un avvio di soluzione”, conclude così il suo accorato appello Falabella, affinché si intervenga immediatamente per scongiurare una situazione altamente lesiva dei diritti degli studenti con disabilità.

A cura di Mirella Madeo

Inefficienze e degrado, frutto di anni infruttoosi di Commissariamento e di cattiva gestione delle risorse finanziarie della sanità calabrese

L’art. 32 della Costituzione sancìsce il diritto alla salute, diritto nella nostra regione da anni violato, sovente negato da una cattiva gestione del sistema sanitario troppo spesso allo sbando, messo sotto pressione da lunghi ed infruttoosi commissariamenti che non hanno fatto che indebolire una struttura già fragile. La situazione è peggiorata con l’emergenza covid che, ha messo a dura prova l’intero comparto delle terapie intensive e la sopravvivenza degli altri reparti, criticità di una sanità malata, conseguenza naturale dell’emigrazione sanitaria di decine di migliaia di Calabresi, alla ricerca di cure che la nostra regione non è in grado di garantire. Dati alla mano, la Calabria spende circa 300 milioni di euro all’anno per fronteggiare l’emigrazione sanitaria, il che vuol dire che nell’ultimo decennio circa 3 miliardi di euro sono confluiti nelle casse di altre zone del nostro Paese, sottratti al fondo sanitario regionale. Affrontiamo la questione dal punto di vista del presidente del CSV Calabria Centro, centro di servizi per il volontariato, dottor Guglielmo Merazzi. • Qual è lo stato attuale della sanità pubblica in Calabria? «Il sistema sanitario della nostra regione vive una situazione drammatica caratterizzata da un’incapacità di dare risposte ai bisogni di salute dei calabresi. Siamo fuori dai Lea e paghiamo il prezzo dell’inadeguatezza atavica delle strutture sanitarie e di anni di Commissariamento. Senza voler escludere punti di eccellenza e professionalità, il sistema regionale è nel suo complesso approssimativo perché nega i diritti essenziali e non assicura i servizi fondamentali. Ancora più grave è la situazione dell’integrazione socio-sanitaria: la riforma socio-assistenziale (legge 328/2000) in Calabria non è mai decollata, gli ambiti territoriali faticano e non hanno ancora prodotto alcun piano di zona. Inoltre, in termini di partecipazione e di coprogrammazione, nella definizione dei piani territoriali, non si è dato adeguato spazio nella maggior parte dei casi agli enti e alle associazioni che sono espressione del diritto di partecipazione dei cittadini. Tutto ciò, in una situazione già critica, contribuisce ulteriormente a creare un vuoto che penalizza i cittadini e in particolare le fasce deboli che di fatto vedono negato il diritto costituzionale di accesso alle cure e ai servizi». • A cosa sono riconducibili degrado ed Inadeguatezza del nostro sistema sanitario? «Il degrado del nostro sistema sanitario è figlio di una cattiva gestione e di un commissariamento che di fatto, in termini di miglioramento, non ha prodotto molto. Anzi, nell’ultimo decennio, con la motivazione di ridurre gli sprechi e contrarre la spesa per rientrare dal deficit con il meccanismo dei tagli lineari, sono state operate drastiche riduzioni che hanno ulteriormente accentuato la cronica incapacità di rispondere ai bisogni che fa capo al sistema regionale, chiuso in una sorta di autoreferenzialità che non lascia spazio alla partecipazione di cittadini e associazioni. Eppure sono questi ultimi a pagare in prima battuta il prezzo dei disservizi e degli sprechi. Si può dire, anzi, che, proprio il Commissariamento da parte del governo nazionale, unitamente alla trasformazione da unità sanitarie ad aziende sanitarie, abbia contribuito all’affermazione di una visione di tipo“aziendalistico” a discapito di una concezione volta invece alla tutela della salute come bene pubblico da salvaguardare. A conferma di ciò la sentenza della Corte Costituzionale, che ha rilevato la parziale incostituzionalità del decreto Calabria bis, attestando proprio che l’azione dello Stato nel Commissariamento è insufficiente». • Come è cambiato ulteriormente lo scenario dopo la pandemia? «La fase pandemica che stiamo ancora vivendo aggiunge dramma al dramma, ma sostanzialmente mette in luce tutti i limiti e le incapacità di un sistema che dev’essere profondamente cambiato. La pandemia, infatti, non è la causa da attribuire a tutti i mali strutturali, ma li ha certamente accentuati, rendendo visibili il rallentamento dell’erogazione di prestazioni improcrastinabili, le incapacità organizzative e le pesanti interferenze della politica, con implicazioni clientelari a discapito del bene comune e dell’interesse generale. L’emergenza Covid, inoltre, ha messo in luce la vacuità dell’impostazione ospedalocentrica, ha notevolmente aumentato la pressione sulle aziende ospedaliere ed ha evidenziato la carenza di una qualsiasi azione di medicina territoriale, di quella di base e di prossimità, nonché di tutela ambientale che è condizione necessaria per la salvaguardia della salute». • Perché nasce il vostro Osservatorio? «L’Osservatorio è nato su iniziativa di una rete di associazioni operative in campo sanitario, “Insieme per i malati”, con il sostegno del CSV Calabria Centro e del Forum del Terzo Settore. La rete, sempre in prima linea per segnalare casi di malasanità, ha pensato bene di dotarsi di uno strumento – l’Osservatorio, appunto, con due coordinatori in rappresentanza delle associazioni –che ambisce ad essere un “luogo” fisico in cui fare sintesi dei dati e delle denunce raccolte dai malati cronici, ben 300mila in Calabria. L’Osservatorio utilizzerà anche una “web radio” per segnalare i casi e per promuovere soluzioni, con la partecipazione delle professionalità del mondo del Terzo Settore che si aprono al confronto con le istituzioni, i sindaci, i sindacati e gli altri attori chiamati a dare risposte». • Cosa chiedete alle istituzioni? Quali sono gli interventi più urgenti da fare per migliorare la sanità nella nostra regione? «Alle istituzioni chiediamo la modifica del Piano Sanitario Regionale e di considerare il Terzo Settore una risorsa concreta da coinvolgere in tutte le tematiche che riguardano la vita ed il benessere delle persone e delle nostre comunità, anche alla luce degli strumenti di “amministrazione condivisa”, così come definiti dalla Corte Costituzionale (Sent. 131/2020) e introdotti dall’art.55 del Codice del Terzo Settore. Il ricorso agli strumenti partecipativi all’interno delle comunità contribuirà ad incentivare percorsi di innovazione e crescita tesi allo sviluppo economico e sociale ed alla riduzione delle diseguaglianze, che in termini sanitari si traduce nell’evitare il ricorso all’emigrazione sanitaria e nel potenziare l’erogazione dei servizi, per evitare che i calabresi continuino a pagare troppo per ottenere troppo poco». • Quali sono i settori più carenti e quali i servizi da potenziare? «Il nostro auspicio è che i calabresi abbiano la possibilità di autodeterminarsi in materia di sanità, con il più ampio coinvolgimento possibile dei servizi sui territori, privilegiando i servizi di prossimità e di territorialità e garantendo i livelli essenziali di assistenza. Ciò non può prescindere da una concreta integrazione socio-sanitaria che coinvolga i vari servizi territoriali, a partire dalla facoltà di medicina dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro e dall’istituzione di una commissione permanente per ogni singola Azienda Sanitaria per la programmazione e il monitoraggio delle azioni portate avanti negli Uffici di Piano. Infine chiediamo l’immediata definizione dei provvedimenti necessari a definire i criteri per estendere anche in Calabria gli istituti dell’autorizzazione all’esercizio dell’accreditamento istituzionale ai soggetti pubblici e privati per le cure domiciliari. Al centro di ogni intervento dev’esserci sempre la persona, con particolare attenzione a chi vive in una condizione di marginalità sociale che la porta a rinunciare».

A cura di Mirella Madeo

Viaggio itinerante del “Dante Esule “di Giampiero Corelli

Dante Esule 2021. Tomba di Dante – Ravenna

È stato un lungo viaggio quello intrapreso da Giampiero Corelli, noto fotoreporter ravennate, iniziato nel 2015 e conclusosi nell’anno celebrativo del 700 esimo dalla morte di Dante. Sette le tappe dell’itinerario “Dante Esule”, che i snoda in un parallelismo tra l’esilio vissuto dal Sommo Poeta e gli esuli del nostro tempo. Il Lungo Viaggio – «l’essilio che m’è dato onor mi tegno»,ultimo tassello che si aggiunge alle sette rassegne fotografiche precedenti, trova ispirazione dall’esilio sociale originato dalla pandemia che stiamo vivendo. Un ritorno nei luoghi danteschi che artisticamente Corelli ha già ripercorso nelle edizioni passate, errando nelle piazze delle città di Ravenna, Firenze, Verona, Mantova e Trento, catturando nei suoi scatti, immagini ed emozioni intorno alle sagome dei monumenti dedicati al Poeta di tutti i tempi. Una lettura desueta ed affascinante della Commedia, Dante Esule – Percorso contemporaneo-, che ritrae i volti dei migranti, raccontando altresi il “laboratorio” di Riace. Volgendo il proprio sguardo alla drammaticità dei femminicidi ed agli “esuli”, l’artista ha ricercato tracce di Dante nei luoghi della Romagna, paragonando l’esilio del Poeta all’isolamento dei nostri giovani, identificati con la terminologia tipica giapponese Hikikomori. Sono scatti intensi quelli che, costeggiano le pareti esterne del Darsenale. Fotografie realizzate prevalentemente con la tecnica del chiaro scuro, caratteristica distintiva dei suoi lavori, che conferisce profondità e suggestione alle immagini, tale da renderle incredibilmente vivide. Piazze vuote, simbolo della solitudine umana segnata dalla pandemia, sovrastate dall’effige di Dante, che fa da sfondo a ciascuna istantanea lasciando invece il primo piano della scena a personaggi interamente coperti da “teli” trasparenti, in gestualità dietro cui si cela il volersi proteggere dalla vulnerabilità dei nostri giorni, in una percezione istintiva della similitudine dell’esser esuli della realtà che stiamo vivendo ed un passato che non sembra poi così lontano. “Donne e uomini calati nella contemporaneità dell’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto e che in parte stiamo ancora vivendo a causa del covid”, come ha detto lo stesso Corelli durante l’inaugurazione della mostra fotografica, prezioso cameo che si aggiunge all’inestimabile panorama culturale di Ravenna.

A cura di Mirella Madeo

Ennesimo schiaffo alla legalità. Giovane del Mali muore dopo ore di lavoro nei campi assolati della Puglia

Aveva appena 27 anni, Camara Fantamadi, il giovane bracciante, che da qualche tempo lavorava nei campi del brindisino, deceduto a causa di un malore, dalle prime ricostruzioni, attribuibile ad un colpo di calore. Al termine di una lunga ed estenuante giornata, passata sotto il sole cocente, con temperature di quaranta gradi, mentre faceva rientro in bicicletta nella propria abitazione, un uomo lo ha visto accasciarsi sul ciglio della strada, allertando immediatamente i soccorsi ma non c’è stato nulla da fare. Un triste episodio che ci riporta alla mente quello di Paola Clemente che, il 13 giugno 2015, ad appena 49 anni, fu stroncata da un infarto mentre lavorava sotto il sole e il caldo torrido nelle campagne del barese. La donna prestava la propria opera in un’azienda, il cui titolare la costringeva ad osservare condizioni durissime, con un contratto di somministrazione. Un tragico rituale che si ripete con troppa frequenza nel nostro Paese. «Chiediamo alla politica di astenersi dalle consuete dichiarazioni di circostanza ma di rimediare con celerità al dramma della filiera agroalimentare, introducendo la ‘Patente del cibo’, al fine di garantire diritti e dignità a tutte le lavoratrici e i lavoratori della terra», ha dichiarato Aboubakar Soumahoro, della Lega dei braccianti. Riccardo Rossi, sindaco di Brindisi, ha emesso, nei giorni scorsi, un’ordinanza valida sino al 31 agosto, che vieta il lavoro nei campi dalle 12 alle 16 ogni volta che la mappa del rischio dell’Inail indicherà alto il pericolo per chi lavora sotto il sole delle campagne a temperature proibitive. Il Governatore della regione Puglia, Michele Emiliano ha esteso l’efficacia del suddetto provvedimento all’intera regione, auspicando che la sua iniziativa possa essere adottata anche su tutto il territorio nazionale. Sarà sufficiente per prevenire altre morti? È davvero curioso come dei migranti si difenda il diritto alla mobilità, ma non il diritto ad essere trattati da lavoratori invece che degli schiavi. L’esaltazione della mobilità sganciata dai diritti sociali del lavoro è il frutto della pervasiva ideologia neoliberale che propaganda l’idea di individuo senza storia, senza identità se non quella che ciascuno di essi si auto attribuisce. Si tratta, in realtà, dell’ideologia che promuove una nuova antropologia, quella dell’individuo legislatore e imprenditore di sé stesso. Ovvero l’antropologia che piace tanto a chi si riempie la bocca di parole come meritocrazia, creatività, mobilità, startup ed altri falsi stereotipi da cui traggono profitto le classi sociali benestanti e soddisfatte, ma che alla fine si traduce in un modo tragico per le fasce sociali più deboli che, senza la mediazione dei sindacati e della tutela dei diritti sul lavoro, stramazzano al suolo dalla fatica e perdono la vita come bestie, privi di diritti e di tutele adeguate, sfruttati sino all’inverosimile, dai “poteri forti” che approfittano dello stato di bisogno di queste persone impiegandole nello svolgimento di lavori duri, a condizioni disumane che esulano da qualunque assetto legale e civile, a cui qualsiasi cittadino italiano rifiuterebbe di sottostare. Il nostro è davvero il Paese civile che ci vogliono far credere d’essere? Sono centinaia di migliaia gli invisibili, braccianti irregolari che vivono in Italia e che lavorano nel nostro paese senza alcun tipo di contratto e di tutela. È solo di qualche mese fa, dopo le numerose morti bianche verificatesi negli ultimi decenni tra gli stagionali delle nostre coltivazioni, la presentazione, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, del decreto Rilancio che, tra le diverse misure messe in campo dal Governo, prevede per i migranti irregolari ed in particolare per i braccianti, la possibilità di richiedere un permesso temporaneo di lavoro della durata di sei mesi e un doppio canale di emersione o attraverso l’autodenuncia del datore di lavoro oppure grazie ad un permesso per ricerca di lavoro.

A cura di Mirella Madeo