Inefficienze e degrado, frutto di anni infruttoosi di Commissariamento e di cattiva gestione delle risorse finanziarie della sanità calabrese

L’art. 32 della Costituzione sancìsce il diritto alla salute, diritto nella nostra regione da anni violato, sovente negato da una cattiva gestione del sistema sanitario troppo spesso allo sbando, messo sotto pressione da lunghi ed infruttoosi commissariamenti che non hanno fatto che indebolire una struttura già fragile. La situazione è peggiorata con l’emergenza covid che, ha messo a dura prova l’intero comparto delle terapie intensive e la sopravvivenza degli altri reparti, criticità di una sanità malata, conseguenza naturale dell’emigrazione sanitaria di decine di migliaia di Calabresi, alla ricerca di cure che la nostra regione non è in grado di garantire. Dati alla mano, la Calabria spende circa 300 milioni di euro all’anno per fronteggiare l’emigrazione sanitaria, il che vuol dire che nell’ultimo decennio circa 3 miliardi di euro sono confluiti nelle casse di altre zone del nostro Paese, sottratti al fondo sanitario regionale. Affrontiamo la questione dal punto di vista del presidente del CSV Calabria Centro, centro di servizi per il volontariato, dottor Guglielmo Merazzi. • Qual è lo stato attuale della sanità pubblica in Calabria? «Il sistema sanitario della nostra regione vive una situazione drammatica caratterizzata da un’incapacità di dare risposte ai bisogni di salute dei calabresi. Siamo fuori dai Lea e paghiamo il prezzo dell’inadeguatezza atavica delle strutture sanitarie e di anni di Commissariamento. Senza voler escludere punti di eccellenza e professionalità, il sistema regionale è nel suo complesso approssimativo perché nega i diritti essenziali e non assicura i servizi fondamentali. Ancora più grave è la situazione dell’integrazione socio-sanitaria: la riforma socio-assistenziale (legge 328/2000) in Calabria non è mai decollata, gli ambiti territoriali faticano e non hanno ancora prodotto alcun piano di zona. Inoltre, in termini di partecipazione e di coprogrammazione, nella definizione dei piani territoriali, non si è dato adeguato spazio nella maggior parte dei casi agli enti e alle associazioni che sono espressione del diritto di partecipazione dei cittadini. Tutto ciò, in una situazione già critica, contribuisce ulteriormente a creare un vuoto che penalizza i cittadini e in particolare le fasce deboli che di fatto vedono negato il diritto costituzionale di accesso alle cure e ai servizi». • A cosa sono riconducibili degrado ed Inadeguatezza del nostro sistema sanitario? «Il degrado del nostro sistema sanitario è figlio di una cattiva gestione e di un commissariamento che di fatto, in termini di miglioramento, non ha prodotto molto. Anzi, nell’ultimo decennio, con la motivazione di ridurre gli sprechi e contrarre la spesa per rientrare dal deficit con il meccanismo dei tagli lineari, sono state operate drastiche riduzioni che hanno ulteriormente accentuato la cronica incapacità di rispondere ai bisogni che fa capo al sistema regionale, chiuso in una sorta di autoreferenzialità che non lascia spazio alla partecipazione di cittadini e associazioni. Eppure sono questi ultimi a pagare in prima battuta il prezzo dei disservizi e degli sprechi. Si può dire, anzi, che, proprio il Commissariamento da parte del governo nazionale, unitamente alla trasformazione da unità sanitarie ad aziende sanitarie, abbia contribuito all’affermazione di una visione di tipo“aziendalistico” a discapito di una concezione volta invece alla tutela della salute come bene pubblico da salvaguardare. A conferma di ciò la sentenza della Corte Costituzionale, che ha rilevato la parziale incostituzionalità del decreto Calabria bis, attestando proprio che l’azione dello Stato nel Commissariamento è insufficiente». • Come è cambiato ulteriormente lo scenario dopo la pandemia? «La fase pandemica che stiamo ancora vivendo aggiunge dramma al dramma, ma sostanzialmente mette in luce tutti i limiti e le incapacità di un sistema che dev’essere profondamente cambiato. La pandemia, infatti, non è la causa da attribuire a tutti i mali strutturali, ma li ha certamente accentuati, rendendo visibili il rallentamento dell’erogazione di prestazioni improcrastinabili, le incapacità organizzative e le pesanti interferenze della politica, con implicazioni clientelari a discapito del bene comune e dell’interesse generale. L’emergenza Covid, inoltre, ha messo in luce la vacuità dell’impostazione ospedalocentrica, ha notevolmente aumentato la pressione sulle aziende ospedaliere ed ha evidenziato la carenza di una qualsiasi azione di medicina territoriale, di quella di base e di prossimità, nonché di tutela ambientale che è condizione necessaria per la salvaguardia della salute». • Perché nasce il vostro Osservatorio? «L’Osservatorio è nato su iniziativa di una rete di associazioni operative in campo sanitario, “Insieme per i malati”, con il sostegno del CSV Calabria Centro e del Forum del Terzo Settore. La rete, sempre in prima linea per segnalare casi di malasanità, ha pensato bene di dotarsi di uno strumento – l’Osservatorio, appunto, con due coordinatori in rappresentanza delle associazioni –che ambisce ad essere un “luogo” fisico in cui fare sintesi dei dati e delle denunce raccolte dai malati cronici, ben 300mila in Calabria. L’Osservatorio utilizzerà anche una “web radio” per segnalare i casi e per promuovere soluzioni, con la partecipazione delle professionalità del mondo del Terzo Settore che si aprono al confronto con le istituzioni, i sindaci, i sindacati e gli altri attori chiamati a dare risposte». • Cosa chiedete alle istituzioni? Quali sono gli interventi più urgenti da fare per migliorare la sanità nella nostra regione? «Alle istituzioni chiediamo la modifica del Piano Sanitario Regionale e di considerare il Terzo Settore una risorsa concreta da coinvolgere in tutte le tematiche che riguardano la vita ed il benessere delle persone e delle nostre comunità, anche alla luce degli strumenti di “amministrazione condivisa”, così come definiti dalla Corte Costituzionale (Sent. 131/2020) e introdotti dall’art.55 del Codice del Terzo Settore. Il ricorso agli strumenti partecipativi all’interno delle comunità contribuirà ad incentivare percorsi di innovazione e crescita tesi allo sviluppo economico e sociale ed alla riduzione delle diseguaglianze, che in termini sanitari si traduce nell’evitare il ricorso all’emigrazione sanitaria e nel potenziare l’erogazione dei servizi, per evitare che i calabresi continuino a pagare troppo per ottenere troppo poco». • Quali sono i settori più carenti e quali i servizi da potenziare? «Il nostro auspicio è che i calabresi abbiano la possibilità di autodeterminarsi in materia di sanità, con il più ampio coinvolgimento possibile dei servizi sui territori, privilegiando i servizi di prossimità e di territorialità e garantendo i livelli essenziali di assistenza. Ciò non può prescindere da una concreta integrazione socio-sanitaria che coinvolga i vari servizi territoriali, a partire dalla facoltà di medicina dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro e dall’istituzione di una commissione permanente per ogni singola Azienda Sanitaria per la programmazione e il monitoraggio delle azioni portate avanti negli Uffici di Piano. Infine chiediamo l’immediata definizione dei provvedimenti necessari a definire i criteri per estendere anche in Calabria gli istituti dell’autorizzazione all’esercizio dell’accreditamento istituzionale ai soggetti pubblici e privati per le cure domiciliari. Al centro di ogni intervento dev’esserci sempre la persona, con particolare attenzione a chi vive in una condizione di marginalità sociale che la porta a rinunciare».

READ  Alessandra Bagnara (Linea Rosa): donne maltrattate non siete sole, anche se c’è l’emergenza

A cura di Mirella Madeo

Autore: wp_11317234

Avvocato, Giornalista pubblicista, autore di una raccolta di poesie *Sguardi "

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.